Sulla retorica del disprezzo

Sulla retorica del disprezzo

Giuseppe Ioppolo

Da decenni, nel discorso pubblico italiano, il popolo è evocato come un’entità indistinta, amorfa, facilmente manipolabile. “Pecore”, “greggi”, “masse acefale”: epiteti che rimbalzano da destra a sinistra, da editorialisti a opinionisti, da tribuni televisivi a intellettuali sedicenti “critici”. È un linguaggio che assolve una funzione precisa: deresponsabilizzare le élite e colpevolizzare i cittadini.

Mi propongo, attraverso un’argomentazione critica e ragionata, di mostrare che il problema non è l’ignoranza del popolo, ma il sistematico sbarramento che le élite economiche, politiche e culturali hanno eretto per impedire ai ceti popolari l’accesso agli strumenti necessari allo sviluppo del pensiero critico, sostituiti da forme di pseudo‑cultura funzionali al rafforzamento del dominio e del controllo (Elias Canetti, in Massa e Potere).

Cominciamo da un dato facilmente osservabile: il primo partito è l’astensione, un fenomeno che cresce a ogni tornata elettorale. Non è un dettaglio statistico, ma un sintomo strutturale. Un sintomo che qualcuno interpreta come prova dell’ignoranza popolare, tanto da proporre – udite… udite! – multe, sanzioni, obblighi per i “disertori”. Oltre a rivelare il paradosso di trasformare un diritto in un dovere, questa posizione è una contraddizione in chi accusa il popolo di essere ignorante e, in una sorta di neoplatonismo di ritorno, non idoneo all’esercizio della democrazia e del potere.

I livelli in cui si esercita l’inganno, trasformando i colpevoli in accusatori, sono numerosi. Esaminiamone alcuni.

1. La cultura come recinto

Il primo livello riguarda la cultura. Non la cultura alta, quella dei palazzi, da sempre antipopolare, ma quella che costituisce l’humus condiviso: la capacità diffusa di interpretare il mondo e nominarlo (Pierre Bourdieu ).

Questo patrimonio non è più un “bene comune”: è stato appaltato a caste professionali, élite accademiche, mediatiche, tecnocratiche che si auto‑riproducono. Pierre Bourdieu lo aveva descritto con precisione chirurgica: il capitale culturale non è solo sapere, ma potere di definire ciò che vale come sapere.

In Italia questo meccanismo è particolarmente evidente:

• università dominate da dinastie accademiche, dove il nepotismo non è un’eccezione ma una struttura

• fondazioni culturali ridotte a salotti chiusi, più attente ai finanziatori che ai cittadini

• media che parlano un linguaggio autoreferenziale, spesso incomprensibile a chi non appartiene allo stesso ceto

In questo contesto, la cultura non eleva: seleziona, esclude, disciplina.

Non è un ponte, ma un filtro. Non è un bene, ma un marchio.

E quando alcuni intellettuali “di sinistra” ripetono la retorica del popolo ignorante, tradiscono la tradizione che dicono di incarnare. Gramsci, pur denunciando l’egemonia culturale delle classi dominanti, non ha mai definito il popolo “acefalo”: al contrario, ricordava che «Tutti gli uomini sono intellettuali, ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali».

Non basta però essere dotati di cervello: servono i mezzi per farlo esprimere, connettere, elaborare, creare. E i mezzi richiedono capitali. La disponibilità di capitali diventa così una barriera che cancella cultura, autonomia, indipendenza. Come il mugnaio che, detenendo mulino e grani, miscela le farine secondo le sue convenienze, allo stesso modo l’industria culturale produce culture funzionali alla perpetuazione del potere secondo i paradigmi delle classi dominanti: culture che fanno tabula rasa del pensiero critico, non pongono domande, non si oppongono, generano un cittadino‑spugna inzuppato di passività e obbedienza.

In questo quadro desolante, le istituzioni che dovrebbero promuovere la cultura diventano fortezze dove si asserragliano privilegio e discriminazione classista. Scuola, università, stampa, cinema, televisione: luoghi che dovrebbero essere spazi pubblici al servizio dei cittadini diventano feudi per le scorrerie dei potenti di turno, selezionati secondo rigidi criteri dinastici, politici, economici… (continua)


 

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