
Giustina Settepunti©
Della Porta, la fisiognomica
La Fisonomia dell’huomo di Giovan Battista Della Porta si colloca in un cruciale momento della cultura europea, caratterizzata da una profonda tensione tra tradizione e innovazione, tra saperi antichi e nuove formule di indagine critica e alchemica della natura. La fisiognomica, che oggi potrebbe far sorridere, era una disciplina che pretendeva di stabilire un rapporto intelligibile tra il corpo, le sue caratteristiche e le disposizioni interiori dell’animo.
La prima pubblicazione dell’opera del Della Porta avvenne nel 1586 con il titolo De humana physiognomonia, in lingua latina. Questa scelta linguistica non rispondeva soltanto a una convenzione accademica, ma faceva parte integrante di una precisa strategia culturale. Il latino consentiva a Della Porta di inscrivere il proprio lavoro nell’ambito della filosofia naturale, e di riferirsi a un pubblico colto di medici, studiosi e filosofi, ai quali presentava la fisiognomica come una disciplina fondata sull’osservazione empirica e sulla comparazione sistematica. L’autore si richiamava esplicitamente ai classici, Aristotele, Galeno e alla tradizione medica antica, collocando la propria convinzione all’interno di un sapere già legittimato, e insistendo sulla continuità tra la lettura del corpo umano e lo studio della natura nel suo insieme.
Il contesto in cui l’opera vide la luce, tuttavia era caratterizzato da un clima di sorveglianza nei confronti delle scienze naturali che la chiesa riteneva sconfinassero nell’ambito della magia o dell’astrologia. Della Porta era già noto per la sua ambiguità, apprezzato per la vastità dei suoi interessi ma anche osservato con sospetto per le sue ricerche sulla magia naturale e per l’esperienza dell’Accademia dei Segreti, sciolta per intervento delle autorità. In questo quadro, la fisiognomica rappresentava un sapere particolarmente sospetto, poiché facilmente poteva essere interpretata come strumento di divinazione o come forma di determinismo morale. Le resistenze che l’opera incontrò non si tradussero comunque in una condanna esplicita.
Della Porta rispose, infatti, alle potenziali obiezioni attraverso una precisa impostazione concettuale. Egli distinse costantemente tra inclinazioni naturali e necessità assolute, sottolineando che i segni corporei indicano tendenze, non destini irrevocabili. L’anima razionale, guidata da volontà e dalla virtù, avrebbe potuto, in ogni caso, mantenere la capacità di correggere o moderare le disposizioni naturali. In questo modo fu possibile presentare la fisiognomica come uno strumento di conoscenza probabilistica e non come una scienza del fato che si sostituiva alla Divina Provvidenza o alla religione. Tale impostazione consentì al trattato di circolare e di essere ristampato più volte nel corso del tardo Cinquecento, rimanendo entro i confini di una legittimità precaria ma sufficiente a non far ardere il suo autore.
La situazione mutò però nel momento in cui venne presa la decisione di tradurre e rielaborare l’opera in volgare italiano, processo che culminò nell’edizione veneziana del 1613, Della fisonomia dell’huomo (quella nella foto sopra). Il passaggio al volgare comportava un cambiamento totale del rapporto con i lettori. Ora il pubblico di riferimento si era ampliato. L’opera non era più destinata esclusivamente a un’élite di specialisti, ma si apriva a un pubblico socialmente variegato, comprendente artisti, letterati, uomini di teatro e lettori colti non accademici. Venezia, con il suo dinamismo editoriale e la relativa autonomia dai centri del controllo romano, offriva il contesto ideale per questa operazione di ampliamento e di diffusione.
In questa nuova fase, le immagini dentro il testo assunsero un ruolo importantissimo. Le incisioni che mettevano visivamente in relazione i volti umani con le teste degli animali traducevano, in modo immediato, il principio analogico che costituiva il cuore della fisiognomica del Della Porta. Se nel testo latino tale principio era articolato attraverso argomentazioni e riferimenti dottrinali, nell’edizione in volgare esso veniva fissato in forme iconiche di grande immediatezza e forte impatto. Questo rafforzava l’efficacia comunicativa dell’opera, ma al tempo stesso ne accentuava l’ambiguità, poiché l’immagine tendeva a semplificare e a irrigidire ciò che nel discorso teorico era presentato come probabilistico e molto più sfumato.
Le resistenze che emersero dopo la pubblicazione in volgare non provenivano in modo diretto dalle autorità ecclesiastiche, bensì da un dibattito intellettuale che dura ancora oggi. Si manifestava il timore che la fisiognomica potesse essere utilizzata come strumento di giudizio morale e sociale, legittimando discriminazioni fondate sull’aspetto fisico. L’idea che il carattere potesse essere letto sul volto rischiava di trasformarsi in una pratica di classificazione rigida, in contrasto con una concezione etica dell’uomo fondata sulla responsabilità individuale. Nonostante queste critiche, l’opera non subì limitazioni formali e continuò a circolare, collocandosi in una zona intermedia tra sapere riconosciuto e sapere problematico al limite del rischio.
Nel corso del XVII secolo, la Fisonomia dell’huomo perse progressivamente centralità come trattato scientifico, ma continuò a conservare una notevole influenza come repertorio di immagini, esempi e modelli interpretativi. La fisiognomica venne assorbita in ambiti diversi, dalla letteratura satirica alla riflessione morale, dal teatro alla trattatistica sul comportamento. Il sistema analogico uomo-animale, pur indebolito sul piano teorico e scientifico, continuò ad esercitare una forte attrazione sul piano simbolico e creativo. Con l’affermarsi del metodo scientifico moderno e con la crescente diffidenza verso le spiegazioni fondate su corrispondenze e analogie, l’opera di Della Porta apparve sempre più come il prodotto di una fase di transizione ormai superata.
Nel Settecento, la fisiognomica conobbe una nuova stagione con le teorie di Johann Caspar Lavater, che rielaborò il rapporto tra volto e interiorità in un contesto culturale mutato. Sebbene Lavater si presentasse come innovatore, la sua opera presupponeva l’esistenza di una tradizione consolidata, di cui Della Porta rappresentava uno dei momenti fondativi. La differenza principale risiedeva nel tentativo settecentesco di conferire alla fisiognomica una maggiore sistematicità e una nuova legittimazione morale, pur senza risolvere definitivamente le aporie che la accompagnavano.
Tra XIX e XX secolo, la Fisonomia dell’huomo viene spesso relegata ai margini della storia della scienza, interpretata come esempio di pseudoscienza o di curiosità erudita. Solo in epoca più recente l’opera è stata oggetto di una rivalutazione critica, che ne riconosce il valore non tanto per la validità delle sue tesi, quanto per la sua capacità di illuminare un momento cruciale nella storia del pensiero occidentale. In questa prospettiva, la fisiognomica di Della Porta appare come un tentativo significativo di costruire una scienza dell’uomo fondata sull’osservazione del corpo, in un’epoca in cui i confini tra natura, morale e simbolo non erano ancora rigidamente separati.
L’edizione del 1613 assume, in questo quadro, un rilievo particolare, poiché rappresenta il punto di massima diffusione e al tempo stesso di massima esposizione dell’opera. Il libro segna il passaggio definitivo da un trattato specialistico in latino a un libro di ampia circolazione culturale, capace di influenzare a lungo l’immaginario europeo sul volto, sul carattere e sulla leggibilità dell’uomo. È proprio in questa ambivalenza, tra sapere e immagine, tra scienza e cultura visiva, che risiede la persistente importanza storica della Fisonomia dell’huomo.