
Fluò
Maniere nere, alte sfere!
Isabella Leardini, Maniere Nere, Mondadori. Presente al Salone del Libro di Torino. Ecco una sua poesia:
Nel buio di stelle marine
si inginocchiano il morto e il vivo.
Viene la notte che sa solo pensare
il pensiero continuo del mare.
Quando il mare pensa ha un battito
un lampo che tocca la riva
e si perde.
Non è progettuale il mare
è grande stanza aperta di stanze
creatura risacca di creature.
Si inizia decorando, “buio di stelle marine”, elemento puramente accessorio che non prelude a significati di nessun genere, soprattutto considerando la frase successiva, in cui il verbo non è usato in modo appropriato. “Il morto e il vivo” è un soggetto plurale coordinato, quindi il verbo va al plurale. Scelta “poetica” quella di metterlo al singolare? E il senso quale sarebbe? Poi arriva la notte che pensa, e cosa pensa? Pensa un pensiero del mare! Ci troviamo di fronte a una formula astratta che non ha alcuna conseguenza, alcun significato, non genera nessun tipo di movimento poetico o di suggestione creativa. Tutto giace in una stasi già vista e di base molto antipoetica. Il morto e il vivo restano appesi nel registro di un solenne inane, inefficace, che, in sintesi, non comunica. Leardini fa penosamente finta di dire qualcosa senza riuscirci. Sembra una poesia scritta da una bambina delle elementari: mancano il fiore e il cuore, ma le immagini abusate da cartolina ci sono tutte. Imperterrita, la “poetessa” da Salone del Libro continua dicendo che il mare non solo pensa, ma ha perfino un battito causato da un lampo che tocca la riva e si perde. Francamente anche io mi sono perso a capire come faccia Mondadori a pubblicare questi componimenti. Qui si tenta di dare alle frasette in fila un certo dinamismo espressivo (battito-lampo-riva), ma resta tutto illustrativo e morto. “Il mare pensa” è una concessione poetica gratuita, e il “lampo” è un effetto trito anche in questo caso puramente decorativo. Se un’immagine è vecchia ma si carica di nuovi significati, la poesia acquista senso; se l’immagine è vecchia e resta appesa, la poesia non è nemmeno una poesia, è un esercizio elementare su come posizionare effetti bellini qua e là, a casaccio. Il mare, poi, non sarebbe progettuale? Formula infelicissima che vuole spezzare il ritmo comatoso imposto dagli altri versi, ma di fatto non aggiunge nulla al significato degli stessi, che è pari a zero, e anche il tentativo di antropomorfizzazione del mare perviene al nulla cosmico. Il mare diventa una grande stanza, subito dopo aver detto che non è progettuale. La stanza nasce da un progetto umano: se il mare è caotico, non progettuale, come fa a essere una stanza? Vabbè, licenza o demenza poetica. Ma, al fin della ripresa, cosa significa tutta la poesia? Quali filosofici misteri vuole comunicarci? Nulla.
Sempre dallo stesso libro ecco un’altra poesia della Leardini a cui evidentemente piace il mare:
Sono stati per un attimo nell’onda
la luce più brillante dell’estate.
Corrente muta nella stanza buia
filo di conchiglie che trema
vetro irreparabile, segreto
che conosce solamente chi ce l’ha.
Certi bambini tornano da soli
con una bicicletta nella pioggia
si portano nell’aria come un peso
la cosa ingarbugliata senza nome
hanno avuto il coraggio di chiamarla
ma nessuno ha creduto davvero
che fossero capaci di rifarla
l’hanno messa sul fondo della tasca
nell’angolo del loro occhio azzurro.
Chi la vede luccicare dalla stoffa
sa che un giorno la ritireranno fuori
per stringerne il lato affilato
scagliarla sull’acqua del fiume
cadendo dall’ultimo piano
sentirla finalmente rimbalzare.
Siamo all’onda, alla “luce più brillante”, immagine consumata che serve a intensificare l’effetto decorativo. “Corrente muta nella stanza buia / filo di conchiglie che trema / vetro irreparabile, segreto / che conosce solamente chi ce l’ha”. Qui si accumulano congerie di immagini senza una gerarchia chiara che abbia un nesso. “Corrente nella stanza” è già uno scarto metaforico forte, ma non viene ancorato a nulla di concreto, resta appeso, come tutte le immagini della Leardini.
“Filo di conchiglie che trema” è un tentativo di suggestione, ma non costruisce una scena convincente: è solo un oggetto poetico isolato. “Vetro irreparabile, segreto” tenta una densità aforistica, ma “irreparabile” e “segreto” non si chiariscono a vicenda, costituiscono una somma che conduce allo zero. E poi ci sono immagini emotive, la pioggia, la solitudine, ecc., tutte sempre sospese, effetto abbellimento d’insieme. Che poi sono oggettivamente bei versi? O meglio sono dei versi? Io direi proprio di no, sono piuttosto sciatti e sgraziati, dunque nemmeno il tentativo decorativo è andato a buon fine.
Tutto il componimento sembra un assemblaggio di pezzi presi qua e là a caso per rendere bellina la parete vuota della vecchia cucina giocattolo di un bambino. Anche nel finale l’oggetto non identificato diventa arma, caduta e rimbalzo: una catena di immagini scollegate da un referente stabile. Il risultato è una tensione narrativa che, però, non si chiude mai in un significato preciso, è un infelice puzzle che non vuol dire nulla.
Spesso sento dire in termini dispregiativi: poeti di Facebook. Ma cosa differenzia la mediocrità di questo componimento presentato al Salone con tanto di fanfare e assai pubblicizzato, da tanti ridicoli componimenti che troviamo sui social scritti da Pinko Palla?
Perché non iniziamo a parlare seriamente di poesia invece di appiccicare etichette a chi scrive?
Maniere nere, alte sfere! Perché non la smettiamo di chiamare poesia solo tutto ciò che è filtrato dal sistema e iniziamo a leggere sul serio? Forse sarebbe ora di un risveglio, sarebbe ora di capire che pubblicare con Mondadori e andare a quella manifestazione classista ed esclusivista che è il Salone, non è necessariamente sintomo di qualità.
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Giorgio Infantino
Vorrei fare un test. Ma non ho con me il quadernuzzo di poesie su cui scrivevo “non so cosa” a vent’anni, tra una lezione e l’altra di economia politica e di diritto privato. Per scazzo, ovviamente. Secondo me, poetavo meglio io. ^_^
Giorgio Infantino
Disponibile x il test, comunque.