L’obiettività di George Orwell

Mary Blindflowers

L’obiettività di George Orwell

Orwell, Homage to Catalonia fu pubblicato per la prima volta nel 1938, Secker & Warburg. Vennero stampate 1500 copie. Le vendite del libro furono modeste. Eppure si tratta di un’opera molto interessante, una testimonianza storica che non cede ai facili entusiasmi, scritta con criteri base di obiettività.

Durante la guerra civile spagnola Orwell scelse di combattere nel P.O.U.M., quindi il suo libro nasce da esperienza diretta e non per sentito dire. Registra ciò che vede, anche quando i fatti deludono le sue idee. È proprio la dicotomica tensione tra ideale e realtà a conferire al libro una rara credibilità nella letteratura di guerra del Novecento.

La Barcellona rivoluzionaria è descritta con un entusiasmo che non nasce dalla fantasia, ma dall’osservazione diretta. Coglie sia gli aspetti positivi che negativi della milizia rivoluzionaria. Rimane piacevolmente colpito dall’uguaglianza sociale che sembra essersi creata. I camerieri trattano i clienti come pari, i titoli onorifici scompaiono, gli alberghi e i negozi vengono collettivizzati, le differenze esteriori tra ricchi e poveri sembrano dissolversi. Egli scrive di aver avuto l’impressione di trovarsi, per la prima volta nella propria vita, in una città in cui «la classe operaia era al comando». Questa esperienza lascia in lui un’impressione duratura, tanto da indurlo ad affermare che gli esseri umani stavano cercando di comportarsi «come esseri umani e non come ingranaggi della macchina capitalistica».

Tuttavia, questo entusiasmo iniziale non si traduce mai in un’idealizzazione della rivoluzione. Fin dalle pagine dedicate all’addestramento presso la caserma Lenin, Orwell mette in luce con precisione le profonde debolezze dell’organizzazione militare repubblicana. Le sue osservazioni sono tanto più significative in quanto provengono da un uomo che combatte dalla stessa parte delle milizie che descrive. Non scrive da osservatore esterno né da avversario politico, ma da volontario che condivide i rischi quotidiani dei propri compagni.

La milizia rivoluzionaria è disorganizzata sotto il profilo militare, non ha armi adeguate, né tantomeno addestramento per le reclute, che marciano a destra e a sinistra ma non sanno usare le armi. Le ferite autoinflitte non sono affatto rare. L’esercito è composto in gran parte da adolescenti provenienti dai quartieri popolari di Barcellona, animati da sincero fervore antifascista ma completamente inesperti. Molti hanno appena sedici o diciassette anni e ignorano persino le nozioni più elementari della vita militare. La disciplina è inesistente: gli ordini vengono discussi, contestati o semplicemente ignorati, perché la cultura egualitaria della rivoluzione rende difficile accettare il principio dell’obbedienza gerarchica.

Solo in seguito il narratore capirà la vera ragione del mancato addestramento delle reclute: non c’erano armi a sufficienza per addestrare i soldati.

Orwell non attribuisce, infatti, tali carenze all’incapacità morale dei combattenti, bensì alle condizioni materiali in cui erano costretti a operare. Egli rileva costantemente il divario tra l’entusiasmo valoroso e appassionato dei miliziani e l’inefficienza della loro organizzazione a causa di motivi esterni. Ammira i volontari catalani, ma giudica severamente un sistema che manda al fronte giovani quasi disarmati e privi delle basi minime per affrontare il nemico.

Oltre alla scarsità di armi anche la logistica non brilla: le uniformi sono logore, gli equipaggiamenti incompleti, si spreca il cibo, c’è un eterno disordine nelle caserme, ritardi continui nell’esecuzione degli ordini, ecc.

Anche il carattere degli spagnoli è giudicato senza pregiudizio, rilevando sia pregi che difetti. Egli ammira la loro generosità, la disponibilità verso gli stranieri, l’assenza di nazionalismo esclusivo e la naturale uguaglianza nei rapporti umani. Allo stesso tempo, però, ironizza sul fatto che si improvvisano troppo e rimandano spesso all’indomani e poi ancora al giorno dopo e al giorno appresso, quel che andrebbe fatto subito, critica sintetizzata ironicamente nel celebre “mañana”.

Proprio questa capacità di formulare giudizi complessi distingue il narratore dalla maggior parte della letteratura militante del suo tempo. Orwell rifiuta le esaltazioni propagandistiche e descrive la realtà. Non ha conosciuto infallibili eroi esenti da errore. La rivoluzione è stata un’esperienza lodevole ma non priva di crepe e debolezze strutturali che ne hanno minato la struttura e la capacità di resistenza alla dittatura.

Questa onestà intellettuale diventerà ancora più evidente nei capitoli successivi, quando Orwell denuncerà apertamente la repressione esercitata dal Partito Comunista contro il P.O.U.M. È una posizione che anticipa la critica ai totalitarismi che lo scrittore ha sviluppato nelle opere successive e che costituisce il nucleo della sua concezione etica della scrittura.

Per Orwell il dovere dello scrittore consiste nel testimoniare la realtà anche quando essa contraddice le proprie convinzioni. La sincerità dell’osservazione prevale sempre sulla disciplina ideologica. In questo senso Omaggio alla Catalogna rappresenta uno dei più importanti esempi novecenteschi di letteratura testimoniale, poiché mostra come sia possibile sostenere una causa politica senza rinunciare alla libertà di giudizio.

Orwell rimane uno dei testimoni più affidabili della guerra civile spagnola e uno degli scrittori politici più onesti del XX secolo.

Destrutturalismo

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