
Fluò
David Day, la pseudo-saggistica
David Day ha scritto una serie di libri sull’opera di Tolkien:
An Atlas of Tolkien
The Battles of Tolkien
The Heroes of Tolkien
The Dark Powers of Tolkien
The Hobbits of Tolkien
Ring Legends of Tolkien
A Dictionary of Tolkien
Questi sette volumi sono stati poi raccolti nel cofanetto The World of Tolkien: Seven-Book Boxed Set (2023), che li ripropone insieme senza modificarne sostanzialmente il contenuto.
A quanto pare sono piuttosto popolari.
Confesso di averli presi perché erano in saldo e perché la veste editoriale si presenta bene: buona carta cucita, numerose illustrazioni. David Day, però, ha due difetti gravi: primo, ha contribuito a rafforzare l’immeritata fama di Tolkien presso un vasto pubblico; secondo, presenta evidentissimi limiti per chiunque abbia mai letto o scritto un libro di saggistica serio. Non inserisce nemmeno una nota e non documenta quasi mai ciò che afferma. In pratica sostiene una tesi senza addurre prove. Sul piano metodologico fa acqua da tutte le parti. Il problema fondamentale non riguarda necessariamente la correttezza delle conclusioni, molte delle quali risultano condivisibili, bensì il procedimento che utilizza, del tutto dilettantescoe privo di riferimenti bibliografici.
Per esempio:
In the real world, Tolkien was a royalist in the Victorian sense that he believed in rule by a hereditary constitutional monarch. However, in his created world of Middle-earth, he accepts the medieval fairy-tale tradition of a right to rule based on the semi-divine descent of kings. This is combined with a perspective in keeping with the historian Thomas Carlyle’s view that the “history of the world is but the biography of great men”.
«Nel mondo reale, Tolkien era un monarchico nel senso vittoriano del termine: credeva cioè nel governo esercitato da un monarca costituzionale ereditario. Tuttavia, nel mondo da lui creato, la Terra di Mezzo, egli accoglie la tradizione fiabesca medievale secondo cui il diritto di governare dei re deriva dalla loro discendenza semidivina. Questa concezione si combina con una prospettiva affine a quella dello storico Thomas Carlyle, secondo il quale “la storia del mondo non è altro che la biografia dei grandi uomini”.»
È vero: Tolkien era monarchico e conservatore; la lettura dei suoi testi è inequivocabile e poi le lettere lo confermano. Tuttavia, questa affermazione, seppur corretta, non può essere presentata come fa Day, citando Carlyle senza indicare la fonte e senza nemmeno nominare i passi delle opere o della corrispondenza di Tolkien da cui si ricava questa conclusione. Un simile modo di procedere rivela una notevole superficialità metodologica. Non è che, se lo dice David Day, dobbiamo credergli: la saggistica non funziona affatto così, nemmeno quella divulgativa. Un saggio richiede sempre le prove delle affermazioni che propone.
Anche quando cita le Lettere di Tolkien è estremamente generico. Quale lettera sta citando? In che anno è stata scritta? A chi era indirizzata? Da quale edizione è tratta? Nulla: il vuoto più completo.
Analoga impostazione caratterizza il continuo richiamo alle fonti narrative. Dopo aver illustrato la Guerra d’Ira, Day conclude semplicemente invitando il lettore a consultare The Silmarillion, capitolo «Of the Voyage of Eärendil and the War of Wrath». Anche in questo caso manca qualsiasi indicazione bibliografica dettagliata: non vengono specificate l’edizione di riferimento, le pagine o altri elementi utili all’identificazione precisa del passo.
Un apparato critico dovrebbe invece indicare con precisione la fonte primaria, consentendo al lettore di verificare ogni affermazione e di ricostruire il percorso interpretativo dell’autore.
Lo stesso limite emerge quando Day mette in relazione la Guerra d’Ira con il Ragnarök. Il parallelo è certamente plausibile e trova riscontro nell’interesse di Tolkien per la mitologia nordica; tuttavia viene presentato come una sintesi già acquisita, senza distinguere con chiarezza ciò che Tolkien afferma esplicitamente da ciò che costituisce elaborazione critica dell’autore. In altri termini, il confine tra dato documentario e interpretazione personale rimane spesso sfumato.
Inoltre, man mano che si procede nella lettura, Day adotta quello che definirei il «metodo Bignami»: riassunti sempre più sintetici degli eventi, con pochissimo approfondimento critico. A lungo andare la lettura finisce per annoiare chi è abituato alla saggistica propriamente detta. Un libro come The Battles of Tolkien, che dal titolo sembrerebbe promettere un’analisi storico-letteraria delle guerre della Terra di Mezzo, si riduce spesso a una successione di riassunti del Silmarillion e del Signore degli Anelli, intervallati da osservazioni interessanti ma non documentate.
In definitiva, i libri di David Day sono probabilmente migliori come oggetti editoriali che come opere di critica letteraria. Sono eleganti, ben illustrati e gradevoli da consultare, ma il loro apparato documentario è debolissimo perché possano essere considerati saggi nel senso pieno del termine. Purtroppo la tendenza a scrivere saggi privi di ogni riferimento, è molto diffusa, tanto ormai le vendite sono condizionate da quanti soldi l’editore abbia da investire in pubblicità, non dal contenuto. Tutto questo è frutto di un impoverimento culturale e di un decadimento generale dell’approfondimento.