
Giuseppe Ioppolo
Dittatura totalitaria e totalitarismo sono parole con cui le classi politiche occidentali hanno descritto regimi diversi dalle democrazie liberali. Questi regimi erano quasi sempre accomunati da governi dispotici, guidati da figure carismatiche che accentravano ogni potere: una sorta di reincarnazione del sovrano assoluto che concentra nella sua persona potere religioso, politico e giudiziario.
I regimi totalitari, ovviamente, stavano fuori dall’orbita geopolitica occidentale: li si trovava nell’Europa dell’Est, in Africa, in Asia. Dittature feroci esistevano anche in Europa – il caudillo Francisco Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, i colonnelli in Grecia – e in Sud America, dov’era un continuo pullulare di golpe. Ma di queste si parlava poco: non perché non fossero totalitarie o sanguinarie, bensì perché avevano un filo comune che le legava alla “patria della libertà e della democrazia”, gli Stati Uniti d’America. Erano dittature, sì, ma con una funzione imperiale: proteggere il nascente impero USA da pericolose sbandate socialiste e libertarie.
Succedeva così che, nel Cile dei primi anni Settanta, un governo pienamente legittimo e democratico – quello del socialista Salvador Guillermo Allende Gossens, eletto nel 1970 secondo le procedure costituzionali – era rovesciato da un golpe militare che consegnava il Paese al generale Augusto José Ramón Pinochet Ugarte. Un colpo di Stato non “spontaneo”, ma preparato con cura: finanziamenti occulti della CIA ai partiti d’opposizione, sabotaggi economici orchestrati con la collaborazione della multinazionale ITT, pressioni dirette dell’amministrazione Nixon e di Henry Kissinger, e l’intera architettura clandestina dell’Operazione FUBELT[1].
Eppure, nonostante la sparizione di migliaia di oppositori, la tortura sistematica, la chiusura del Parlamento, la censura, la repressione capillare della DINA e l’instaurazione di un regime che cancellava ogni libertà politica e di pensiero – libertà che le democrazie liberali dichiarano di considerare sacre – guai a parlare di “totalitarismo”. No: quello, ci veniva detto, era soltanto un “regime autoritario”, una parentesi necessaria, un sacrificio imposto “a fin di bene”. Perché nel cortile di casa degli Stati Uniti non potevano essere tollerati governi social-comunisti, soprattutto se ostinati nel voler nazionalizzare il rame, sottrarre potere alle corporation yankee e perseguire politiche economiche autonome rispetto agli interessi dei grandi gruppi finanziari nordamericani[2].
Il messaggio era chiaro: un socialismo democratico è più pericoloso di una dittatura militare. E quando la democrazia non produce il risultato desiderato, la si sospende.
La domanda è: “Dittatura totalitaria” è ancora un termine spendibile per descrivere governi che non rientrano nella definizione occidentale di democrazia? E, soprattutto: queste democrazie sono davvero tali, sono davvero luoghi dove vige un’informazione libera, indipendente e non sotto tutela? Cosa le distingue da un totalitarismo più sottile, ma nella sostanza cinico, duro e spietato quanto le dittature non filo‑occidentali?
Proviamo a fare le pulci alle democrazie occidentali che vantano tre caratteristiche fondamentali:
a) possibilità di libere elezioni con pluralità di partiti; b) libertà di stampa e di pensiero; c) libertà economica e d’impresa.
Analizziamole punto per punto.
a) Libere elezioni
Sono davvero libere e democratiche elezioni che escludono, già in partenza, milioni di cittadini nascosti nel non‑voto? Prima di attribuire la colpa all’ignoranza o al disinteresse, dovremmo chiederci se la scelta di non votare sia davvero libera o non nasconda un trucco delle élite per allontanare i cittadini da uno strumento di partecipazione collettiva e controllo.
Il cittadino che vota può essere una pecora che segue i demagoghi – e questo, tutto sommato, non crea problemi – oppure un cittadino esigente, critico, disturbante. Quest’ultimo è pericoloso. Le misure per renderlo innocuo sono diverse:
- Isolamento. Attorno al cittadino che disturba si crea un cordone sanitario che lo isola ridicolizzandone la protesta.
- Adescamento e corruzione. Il cittadino disturbante è spesso portatore di problemi sociali: lo si tenta con promozioni, inserimenti, vantaggi. Davanti ai suoi pari, passa “dall’altra parte”: la sua credibilità affonda.
- Inutilità del voto. L’elettore deve percepire che il suo voto non pesa: le differenze tra i partiti sono solo apparenti, perché tutti si muovono entro sentieri tracciati da agenti esterni – Europa, Mercato, Alleanze internazionali. Chiunque governi deve fare i conti con questi agenti che, nella definizione delle politiche economiche, sociali e internazionali pesano molto di più dei cittadini elettori che pesano poco o non pesano niente.
Il voto diventa così un rito riservato a cerchie sempre più ristrette: parenti, amici, protetti, aspiranti protetti. Gli ideali si spengono sotto la tirannia della realpolitik. Scrive Colin Crouch: «Le forme della democrazia rimangono, ma la sostanza è sempre più svuotata[3]». (continua…)
[1] Peter Kornbluh, The Pinochet File: A Declassified Dossier on Atrocity and Accountability, The New Press, New York, 2003.
[2] Patricia Politzer, Fear in Chile: live under Pinochet, Pantheon Books, New York, 1989.
[3] Colin Crouch,Post-Democracy,Polity Press, pag. 4, Cambridge, 2004.