Vaccini: sì o no?

Ernesto Licoandro

Vaccini: sì o no?

Il fatto: una bambina di quattro anni, residente in un quartiere di Palermo – lo Zen – muore di difterite. Non era stata sottoposta a vaccinazione, nonostante l’obbligo vigente. La vaccinazione antidifterica fa parte di un pool di sei vaccini (antipolio, antitetano, antipertosse, antidifterite, antiepatite B, anti Haemophilus influenzae di tipo b: il cosiddetto esavalente) da somministrare nel corso del primo anno di vita (III, IV, XI mese).
L’occasione è ghiotta per rinfocolare una polemica mai del tutto sopita, e i teorici della vaccinazione sì e ad ogni costo non si lasciano sfuggire l’opportunità di partire lancia in resta e andare addosso agli sventurati genitori – “assassini” – che, non vaccinando la bambina, si sarebbero resi responsabili della sua morte.
Forse è il caso di portare un po’ di chiarezza in una questione che è in grandissima parte tecnico-scientifica, ma non solo. Perché quando la scienza esce dall’asetticità dei laboratori e incontra la soggettività delle persone, investendola di un carico di emotività ad hoc costruito, è necessario fermarsi e ragionare.
Mi propongo, pertanto, di sviluppare in forma critica, e il più possibile aderente al metodo scientifico, un breve excursus sui vaccini e le vaccinazioni: la storia, le basi teoriche, lo stato dell’arte e gli obblighi vaccinali, con riferimento alle leggi vigenti nei diversi Paesi.
La storia dei vaccini viene fatta iniziare con Edward Jenner (1749–1823), medico inglese che avrebbe concepito la prima vaccinazione della storia. Egli osservò che le mungitrici di mucche che avevano contratto il vaiolo bovino, qualora avessero esse stesse contratto il vaiolo umano, presentavano una forma più lieve e non letale della malattia. La sua osservazione si concretizzò nell’inoculare al giovane James Phipps il materiale liquido contenuto nelle pustole vacciniche (cowpox) ed esporlo, dopo qualche settimana, al vaiolo umano. L’evidenza che il ragazzo non contrasse il vaiolo costituì la base osservazionale dalla quale si sviluppò la vaccinologia.
Nessuna base teorica a giustificare l’evidenza. Solo verso la fine del XIX secolo e l’inizio del XX cominciano a prendere forma i presupposti teorici su cui si fonda la pratica della vaccinazione, allora aggravata da una forte presenza di effetti collaterali spesso gravi e talora mortali. È in questi anni che si studiano i diversi aspetti delle reazioni antigene anticorpo, che via via condurranno alla formulazione di vaccini sempre più “puri” e con sempre meno effetti collaterali.
Che bello! Finalmente un’arma che, anziché “curare” la malattia, la previene. La vaccinazione, intesa in questo senso, suscita grandi entusiasmi. E ben presto la pratica si diffonde, non senza contrasti: la maggior parte dei quali verte sulla spropositata incidenza degli effetti collaterali, talora gravi e finanche mortali. Molti cominciano a chiedersi se la vaccinazione sia davvero una pratica da proporre su scala di massa.
A fare pendere il bilancino a favore della vaccinazione di massa è l’osservazione che la malattia infettiva e diffusiva tende a scomparire quando tutti i soggetti recettivi di una popolazione vanno incontro a vaccinazione naturale o artificiale. Più larga ed estesa è la vaccinazione, maggiore è la sua efficacia. Per tale motivo si diffonde l’entusiasmo per una pratica che, più che alla salute del singolo individuo, mira a difendere la salute dell’intera popolazione.
Ma è proprio qui che cominciano i problemi.
Quanto la medicina preventiva può proporsi di mettere a rischio la salute di un individuo fino a quel momento sano, introducendo nel suo corpo sostanze che, nel migliore dei casi, gli provocheranno non pochi e talvolta seri disturbi di salute? Può un individuo sacrificare la propria vita per il bene della comunità in cui vive? O, detto in forma ancora più inquietante: può lo Stato chiedere a un individuo di sacrificare la propria vita per il bene della comunità?
Le società anglosassoni rifiutano quasi tutte l’impostazione della vaccinazione obbligatoria: Inghilterra, Norvegia, Svezia, Danimarca, Olanda non conoscono nemmeno il significato di “vaccinazione obbligatoria”. La pratica della vaccinazione obbligatoria è invece routinaria nei Paesi dell’Europa dell’Est e dell’Europa latina – Italia, Francia, Spagna.
Ma attenzione: la non obbligatorietà della vaccinazione non coincide automaticamente con basse coperture vaccinali per le malattie infettive prevenibili con il vaccino. Significa solo che la vaccinazione non è proposta in forma obbligatoria, ma consigliata o raccomandata. Le percentuali delle vaccinazioni raccomandate nei Paesi che adottano il criterio della raccomandazione assai spesso non sono inferiori a quelle dei Paesi – tra questi l’Italia – che fanno largo uso dell’obbligatorietà vaccinale.
Torniamo al nostro fatto di cronaca. Una bambina di quattro anni contrae la difterite e muore. La madre pare sia no vax. Ritiene che i vaccini provochino autismo. Le evidenze scientifiche fin qui prodotte tendono a escludere questa possibilità. Ma le domande da porsi sono altre e riguardano i diversi livelli di conoscenza scientifica e l’organizzazione sanitaria preposta a far rispettare un obbligo di legge.
Cominciamo da quest’ultima. La legge, è senso comune, non ammette ignoranza. I genitori devono sapere che hanno degli obblighi di legge e, tra questi, la vaccinazione dei figli. Perfetto, non fa una grinza. Ma tra gli attori delle vaccinazioni non ci sono solo i genitori. In Italia, tutti i bambini da 0 a 16 anni godono delle prestazioni specialistiche di un pediatra. L’obbligo di informazione vale anche per il pediatra, o no? Quali sono stati i provvedimenti del pediatra che, tra gli obiettivi di salute, ha il controllo delle schedule vaccinali e pertanto la verifica dell’aderenza all’obbligo vaccinale di ogni suo piccolo paziente? Quanti inviti, quante segnalazioni ha fatto per segnalare che la sua piccola assistita era fuori da ogni programma di vaccinazione? La stessa osservazione vale anche per i centri di prevenzione vaccinale. Anzi, per certi versi, il loro obbligo è ancora più cogente: sono le istituzioni preposte a dare gambe al progetto di prevenzione, raggiungere elevate coperture vaccinali per tutte le vaccinazioni previste – obbligatorie o “solo” raccomandate. Vi operano professionisti della salute e, nello specifico, della prevenzione vaccinale. Che cosa hanno fatto per “proteggere” la bambina dall’ignoranza dei genitori?
Se si è convinti che l’obbligo vaccinale sia pratica coerente con gli obiettivi di salute, tutti questi professionisti avrebbero “l’obbligo” di segnalare la faccenda al giudice tutelare, essendo “gravemente minacciata la salute di un minore” dalla trascuratezza di genitori ignoranti, nonché incoscienti.
Le obiezioni sono note: le pratiche per l’affido al giudice dei minori sono lunghe, costose, ingolferebbero le aule dei tribunali e i corridoi degli uffici della sanità pubblica; si creerebbero inevitabilmente malumori, proteste, mettendo a rischio le stesse coperture vaccinali. E poi il potere – e chi lo gestisce – non ama apparire cattivo. Cattivi, ignoranti, superficiali, negligenti devono sembrare coloro ai quali è attribuita la potestà genitoriale, tanto più se provenienti da un quartiere come lo Zen, dove è fortemente radicata la credenza che “i vaccini provocano l’autismo”.
In altre parole: la pratica della vaccinazione obbligatoria è una scorciatoia che ci infila in un vicolo cieco. Deresponsabilizza i genitori – soprattutto quelli che non credono alla vaccinazione come pratica medica virtuosa. La maggioranza di essi non crede alle vaccinazioni, ma si appecora acriticamente al bombardamento mediatico dell’obbligo vaccinale. Discrimina e isola chi si oppone apertamente all’obbligo. Deresponsabilizza le istituzioni sanitarie che, tra il prendere decisioni difficili e impopolari o lavarsene le mani, scelgono la via di Ponzio Pilato: se ne lavano le mani.
Riassumendo: la vicenda della bambina morta per difterite fa saltare agli occhi le criticità entro cui si dibatte l’offerta sanitaria delle vaccinazioni. Queste possono essere indicate sinteticamente:
 Sull’efficacia e sull’innocuità dei vaccini esistono dubbi che non sono soltanto dei ceti popolari e ignoranti. I dati sulla vaccinazione influenzale degli anni pre-Covid ci dicono che i medici erano al fondo della classifica per aderenza alla vaccinazione antinfluenzale. Evidentemente la loro cultura medico-scientifica non prevedeva la conoscenza delle basi teoriche della vaccinologia.
 Ammesso il valore medico-scientifico di una pratica, questo non implica automaticamente la sua estensione indiscriminata a tutti i soggetti interessati. Il valore del trapianto cardiaco o di quello renale è riconosciuto quasi universalmente dalle comunità scientifiche. E tuttavia nessuno pensa di imporre a un cardiopatico o a un nefropatico un trapianto, né tantomeno di costringere chi, pur avendone indicazione clinica, non intende affrontarlo. In medicina l’obbligo terapeutico non esiste: esistono la responsabilità, la scelta, il consenso.
 La vaccinazione è una pratica medica rivolta più alla comunità che all’individuo. Ma le comunità non sono entità astratte alle quali sacrificare gli individui che le compongono. Ogni individuo porta con sé una storia, una cultura, un livello di conoscenze medico-scientifiche spesso approssimativo, che amplifica paure non razionalmente motivate, contraddittorie, e che inevitabilmente si frappongono, rallentano, disturbano la macchina della vaccinazione “subito e ad ogni costo”.
Gli strateghi dell’obbligo vaccinale hanno pensato di risolvere la questione imponendo e ampliando il ventaglio dei vaccini obbligatori per legge. Invece di organizzare servizi vaccinali realmente diffusi sul territorio e fondare l’adesione al vaccino sulla formula del consenso, hanno preferito allargare i confini dell’obbligo. Una scorciatoia, un trucco, che sta producendo danni irreparabili. Il dissenso viene irriso, denigrato, colpevolizzato. La sanità pubblica assume il volto più truce e autoritario possibile, ma perde progressivamente autorevolezza perché sempre più percepita come un’agenzia al servizio delle aziende produttrici di vaccini e non della comunità.
In attesa della prossima fiammata, magari in seguito a una morte attribuita al vaccino, mi pongo ancora una volta la domanda: Vaccini sì o no?
La risposta non può essere che: dipende.
Il vaccino, come qualunque altro presidio della medicina moderna, non può essere ritenuto quel filtro magico a cui delegare la complessità della medicina preventiva. La medicina preventiva non è solo vaccinazioni, e non è nemmeno quell’atto medico infermieristico semplice con il quale si introduce nel corpo di un individuo una sostanza biologicamente attiva. L’atto vaccinale fa parte di una procedura complessa, dove l’utente/individuo non fa parte di un gregge da tosare per ottenere la lana o escludere se è pecora nera che contraddice le regole.

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