
Mary Blindflowers
Galimberti sa leggere Platone?
Platone, Simposio o Sull’Amore, Universale Economica Feltrinelli 2021, prima edizione in questa collana, aprile 1995.
Apro. Leggo. Capisco immediatamente che Galimberti, che ha curato l’introduzione, parla di tutto tranne che del Simposio. Lo scopo di un’introduzione è, di solito, fare in modo che il lettore comprenda i punti essenziali di un testo, non quello di sciorinare una teoria personale e opinabilissima sulla produzione platonica, saltando di palo in frasca disordinatamente e senza un filo logico, manipolando le citazioni a proprio uso e consumo.
Iniziamo col dire che Galimberti legge Platone attraverso Nietzsche e Bataille, avvertendo fin da subito di non interpretare il Simposio in modo “platonico”, “ascetico, edificante, cristiano”. E fin qui, dato che si parla della scoperta dell’acqua calda, ci siamo. Il Simposio non è un testo cristiano. In barba alla patristica, lo sapevamo già.
Si nota immediatamente però l’uso continuo dell’indicativo assertivo, segno che lo scrivente propone la sua interpretazione senza lasciare spazio al lettore, al quale dice subito cosa “non bisogna” fare nel leggere Platone:
“Platone, nell’edificare il cosmo della ragione, il solo che gli uomini possono abitare, non chiude l’abisso del chaos…”
“Non bisogna leggere Platone in modo platonico…”
“Non bisogna intendere…”
Galimberti comunica, attraverso l’uso del tempo presente, che la sua interpretazione non è suscettibile di errore: è un dato acquisito. La sua parola diventa così realtà ontologica.
Poi costruisce una teoria personale, quella di Eros come caos ineliminabile, abisso e rottura dell’ordine, in una posizione troppo netta e convinta, dato che Eros in Platone è l’unione tra uomini e dèi. Piano piano il testo galimbertiano si perde in una serie di citazioni non pertinenti per dimostrare, senza riuscirci, che “ogni amplesso è memoria, tentativo e sconfitta”.
Per esempio, cita Nietzsche, che “ha colto bene il rapporto tra la ragione socratica e la follia da cui si emancipa”. E viene da chiedersi subito: che cosa sta combinando Galimberti con Nietzsche? Nietzsche demolisce Platone e usare il primo per spiegare il secondo diventa problematico, se non leggermente assurdo, ma soprattutto genera confusione nel lettore inesperto.
Ma forse è proprio ciò che vuole Galimberti: fare in modo che chi legge e non sia un filosofo ne esca stordito e non capisca nulla. Se un lettore non ha una solida base filosofica, potrebbe equivocare e comprendere che Nietzsche e Platone siano sulla stessa linea. Dunque, per me, questa sorta di puerile provocazione ermeneutica non solo non serve a nulla, perché non spiega il Simposio, ma genera insoddisfazione in un lettore che si avvicina per la prima volta alla lettura di Platone, rischiando pure di danneggiarlo e scoraggiarlo pesantemente dal leggere.
Galimberti non fa concessioni, non spiega, insegna con arroganza. Le citazioni, estrapolate dal loro senso originario, diventano un minestrone di saccenteria fine a sé stesso che non invoglia per niente a leggere.
Non contento, Galimberti cita anche Bataille, decontestualizzandolo e creando un micidiale mix di confusione totale, un calderone intellettualoide in cui non si ammette il minimo dubbio interpretativo. Non si tracciano chiari confini esplicativi, ma si cuoce la minestra citazionistica per stupire. Platone viene letto attraverso Nietzsche e Bataille, e Nietzsche e Bataille vengono letti attraverso Galimberti. Non è meraviglioso? Siamo al gatto che si morde la coda.
Splendida anche la trasformazione galimbertiana di Platone in “geografo della ragione”:
Ebbene, sì, ma è proprio per difendersi da questo spazio vuoto che gli uomini sono approdati alla terra della ragione… Per Nietzsche il grande geografo che ha fissato i punti cardinali è stato Platone, e l’anima è il compasso di cui si è servito per disegnare i confini; per questo, scrive Nietzsche, “platonismo è in primo luogo saggezza nel prendere sul serio l’anima”.
Questa è una deliberata manipolazione dei testi, infatti, scritta in questo modo, sembra che Nietzsche stia lodando Platone per la sua profondità spirituale!! Nietzsche parla di decadenza occidentale, quindi non sta affatto lodando Platone, lo sta demolendo.
Platone suscita domande e Galimberti, invece, ha già tutte le risposte, le sue però, da divo accademico prestato ai socialdeliri assecondati dalla grossa editoria. Peccato che Galimberti che legge Platone non sia affatto Platone.
Vogliamo parlare poi di etimologie? Ecco Galimberti:
Ma ci sono altri nessi, altri orditi, altri intrecci i cui nomi affondano dall’altra parte di noi stessi. A questo allude l’etimologia che vuole sexus derivato da nexus…
Il passaggio da sexus a nexus non è un dato etimologico accettato dai dizionari, ma un’operazione funzionale alla costruzione di Galimberti. Siamo alla paraetimologia. Cosa possiamo desiderare di più?
Mariano Grossi
Galimberti sostiene che almah non indica una vergine, ma giovane ragazza. Vergine si dice betulah. Ma possibile che Giuseppe accettasse di sposare una non vergine? Assurdo in quella civtà ebraica! la distinzione linguistica è reale, ma da sola non dimostra che Isaia 7,14 parli di una ragazza non vergine.ʿalmāh (עַלְמָה) indica propriamente una giovane donna / giovane ragazza in età da matrimonio. Non è il termine tecnico per “vergine”.betûlāh (בְּתוּלָה) è invece il termine normalmente associato a “vergine”, anche se il suo uso biblico non è sempre matematicamente univoco e può richiedere il contesto. Però è importante che ʿalmāh non significhi “donna non vergine”. Il termine non specifica semplicemente la condizione sessuale.E qui veniamo al punto decisivo: se Isaia 7,14 descrive una ʿalmāh che concepisce, non è corretto dedurre automaticamente che fosse una ragazza già sessualmente attiva. Nel contesto sociale ebraico dell’epoca, una giovane non sposata incinta avrebbe effettivamente rappresentato una situazione gravissima.Quanto a Giuseppe, il problema diventa ancora più interessante: Matteo interpreta esplicitamente Isaia 7,14 attraverso il termine greco parthénos (παρθένος), cioè “vergine”. E in Matteo 1 Giuseppe, proprio perché Maria è incinta prima che vivessero insieme, pensa inizialmente di ripudiarla in segreto; interviene poi l’angelo a spiegargli l’origine della gravidanza.Quindi bisogna distinguere almeno tre livelli:ebraico di Isaia → traduzione greca dei Settanta → interpretazione di Matteo.La tesi “ʿalmāh significa giovane donna, quindi Maria poteva non essere vergine” è linguisticamente troppo forte. È vero che ʿalmāh non è il vocabolo tecnico “vergine”; non segue però che Isaia intendesse una donna non vergine.E c’è un’altra questione ancora più interessante: che cosa significava ʿalmāh nel contesto concreto di Isaia 7? Perché è lì che si può valutare seriamente l’argomento di Galimberti, invece di fermarsi alla definizione da dizionario.
Mariano Grossi
È proprio sicuro che come dice Galimberti San Paolo quando parla del dio ignoto e della risurrezione della carne davanti all’Areopago ad Atene si sente rispondere sprezzantemente QUESTE COSE CE LE RACCONTERAI UN’ALTRA VOLTA? Sì, ma con una precisazione importante: il testo degli Atti degli Apostoli dice effettivamente qualcosa di molto vicino a ciò che riferisce Galimberti, però “sprezzantemente” è un’interpretazione del tono, non una parola del testo.In Atti 17,22-34, Paolo ad Atene:parla dell’«ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto» (v. 23);costruisce su quella iscrizione il suo discorso su Dio;arriva infine al punto decisivo: Dio giudicherà il mondo attraverso l’uomo che ha stabilito, «dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (v. 31). E subito dopo Luca scrive:«Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”.» Quindi sì: “queste cose ce le racconterai un’altra volta” è sostanzialmente fedele al testo biblico, anche se la formulazione precisa della CEI è «Su questo ti sentiremo un’altra volta».Però c’è un dettaglio interessante. Non è corretto dire che tutti gli Ateniesi rispondono sprezzantemente.Il testo distingue almeno tre reazioni: alcuni lo deridono quando sentono parlare della risurrezione; altri rimandano il discorso, dicendo che lo ascolteranno un’altra volta; altri ancora credono, fra cui Dionigi l’Areopagita e Damaris. Perciò, se Galimberti dice qualcosa come “Paolo parla del Dio ignoto, arriva alla risurrezione della carne e gli Ateniesi gli rispondono sprezzantemente: queste cose ce le racconterai un’altra volta”, il nucleo narrativo è corretto, ma sta rendendo più forte il tono di quanto faccia il testo.E c’è anche un’altra piccola questione terminologica: Atti 17 non dice propriamente “risurrezione della carne”. Dice «risurrezione dei morti». La “risurrezione della carne” è una formulazione teologica successiva, tipica della professione di fede cristiana.