Simoncelli, la poesia disinnescata

Simoncelli, la poesia disinnescata

Acquerello su carta, Mary Blindflowers©

 

Simoncelli, la poesia disinnescata

Mary Blindflowers©

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La poesia contemporanea che conta, spesso non ha nemmeno un verso, nessuna metrica riconoscibile, nessuna rima, una sintassi semplice, lineare, narrativa, ma vibra di affetto, moti consolatori, buoni sentimenti banali e condivisibili dalle masse. La forma poetica è svuotata, basta scrivere in modo leggermente malinconico, parlare dei propri insignificanti orizzonti depressivi, un po’ di vaghe immagini balsamiche che rievocano oggetti e persone familiari, qualcuno che ti presenti a qualcun altro, e il gioco è fatto.
Molta, per non dire tutta la poesia “che conta” oggi, cioè quella pubblicata, premiata, invitata ai festival, presente al Salone di Torino e allo Strega, appare effettivamente intimista, disinnescata. In molti casi è emotiva ma non politica, esistenziale ma non sociale, confessionale ma non conflittuale o se è politica lo è in modo innocuo, consolatorio, mai ribelle, critico. La critica sociale è bandita, il pensiero trasversale messo fuori legge.
Stefano Simoncelli rientrava in questo filone di innocuità mainstream e melassa programmatica spalmata sulla carta: la sua era una poetica della memoria, del dolore, della perdita, spesso legata al corpo, alla famiglia, alla malattia, non si confrontava quasi mai con la storia collettiva, la realtà politica, il presente come struttura di potere. Poesie innocue, simili a galline che fanno voletti rassicuranti dentro il pollaio di sistema; poesie che non disturbano, che non prendono posizione se non per lodare il potere dei sentimenti; una produzione stantia che si accontenta di un lirismo fragile, privo di frizione con il mondo. Questo, a ben vedere, è un riflesso anche del contesto culturale e sociale in cui stiamo vivendo, un contesto di dittatura democratica. Viviamo in una società dove esporsi è rischioso, e dove molti autori scelgono il ripiegamento piuttosto che il confronto. C’è una pericolosissima deriva verso l’innocuità, verso il privato come rifugio più che come sguardo sul mondo. La letteratura e la poesia posticcia aiutano ad addormentare le coscienze come una favola pia della buonanotte ma senza lupi, senza antagonista, un continuo sguardo allo specchio, in un mondo dove è tutto ovattato, senza spigoli, protetto, escludendo tutto il resto.
Ma vi sembra poesia questa? Ecco l’attacco di una poesia di Simoncelli:

(a mio padre)
Per alcuni anni, prima di addormentarmi,
ho sperato sarebbe venuto a prendermi
come davanti al portone della scuola
quando gli consegnavo la cartella
e mi aggrappavo al suo braccio…

E le poesie di Simoncelli, come del resto quelle di Arminio e tanti altri, sono, purtroppo, tutte così, non hanno nemmeno un verso che sia uno.
A questo punto, è lecito chiedersi a che razza di lettore si rivolga questo elenco di azioni quotidiane banalmente noiose, e se davvero il fallimento delle collane di poesia non sia in fondo, un bene, se si costringe un povero lettore a pensare che questa sia poesia!! E non dite, ma chi siamo noi per dire che non sia poesia, perché è un vecchio trucco mainstream che può essere rivoltato, chi siamo noi per dire che questa è poesia, dei perfetti soldatini a forma di pappagallino? E soprattutto chi ha deciso e perché che questi siano versi, pur non essendoci nemmeno un verso?

Dov’è finita la parola non pacificata?
Dove sta la poesia non disinnescata?

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DESTRUTTURALISMO Punti salienti

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