
Mary Blindflowers
Bestiario degli scrittori vanitosi
Ogni riferimento a persone realmente esistenti non è puramente casuale.
Tipo uno: il Dio.
Scrittore convinto che nel 2026 basti “scrivere bene” perché il mondo, in preda a convulsioni mistiche e paragnostiche, interrompa ogni attività per scoprirlo spontaneamente e dirgli quanto sia bravo e bello. È affetto da una forma avanzata di egocentrismo sacrale: considera il marketing una pratica plebea, quasi una contaminazione rituale. Linkare il proprio libro gli provoca un rattrappimento dell’arto, una specie di paralisi morale da perdita d’aura. Il soggetto in questione si esprime con il linguaggio degli dèi, evocando mostri da “tirannia dell’algoritmo”, come un aristocratico decaduto parla della Rivoluzione francese, ma nel frattempo pretende che i lettori gli compaiano davanti per generazione spontanea, come funghi metafisici, mentre la sua testa cade nel cesto delle inutilità. Se gli suggerisci di fare promozione, ti guarda con la stessa espressione con cui un monaco medievale guarderebbe un folle che gli proponesse di incidere il Vangelo secondo Dio-scrittore sui volantini di un supermercato.
In realtà il Dio non vuole lettori: vuole fedeli. Crede nella possibilità postuma di una sua miracolosa scoperta, perché la morte può solo aggiungere prestigio alla sua divinità ineffabile e gli risparmierebbe la fatica di interagire con il proprio editore, soprattutto.
Tipo due: lo scanzonato borghese che non deve chiedere mai
Lo scanzonato borghese vive perlopiù di rendita, la rendita degli altri; pensa che ogni fallimento sia un gradino in più per metabolizzare e capire il mondo fin nei suoi più segreti recessi. Se spende più di quel che guadagna, non se la prende a male: tanto, essendo di buona e ricca famiglia, i soldi non li caccerà mai lui, ma, al limite, il padre benestante, sempre pronto a farsi scucire qualche soldino di tasca pur di aiutare il suo pargolo di oltre cinquant’anni. Il borghese scanzonato prende la vita con molta filosofia, tanto ha le spalle coperte; scrive solo per diletto, perché il guadagno non gli interessa proprio, è l’ultimo dei suoi pensieri. L’arte per l’arte è la sua missione: scrivere per scrivere e niente più. Quando gli si spiega che forse, per poter diffondere il contenuto dei libri, occorre pure venderli, quasi ci rimane male: che pensieri plebei! Che volgarità! Associare il vile denaro alla sublimità della sua prosa sterminata e poetica. Non si fa!
Tipo tre: l’uomo o la donna che non devono rileggersi mai
Appartengono a questa categoria i grafomani che scrivono per depressione e che ritengono che il lavoro di correzione del testo e di editing debba essere fatto dai manovali della cultura, perché questi esseri umani, che hanno tanto tempo per disquisire sui social del culo delle padelle e delle patelle fritte nel nulla, non hanno nemmeno un minuto per ricontrollare i loro stessi refusi; perciò preferiscono che siano altri a vedere i macroscopici svarioni, le inesattezze, le incongruenze, gli errori della consecutio temporum, le pleonastiche ridondanze del loro lavoro, perché non devono rileggersi mai! Troppo faticoso!
Tipo quattro: l’incorreggibile
Il tipo quattro è uno che non consente a nessuno di correggere i suoi scritti. Tutto quello che scrive è sacro. Non si può, dunque, correggere una virgola senza incorrere nel reato di lesa maestà ed essere condannati come ignoranti senza appello né possibilità di replica. Sbagliano un congiuntivo? Lo hanno fatto apposta, è sperimentalismo! Ripetono lo stesso concetto più e più volte? Lo hanno fatto apposta, non è mica un errore: serve per far capire bene ai lettori di cosa si stia parlando. Usano le virgole a casaccio? Ma ovvio, lo sanno tutti che fa parte dell’innovazione! Se ti permetti di correggere, vanno via sbattendo la porta… (continua)
Giorgio Infantino
QUINTO TIPO: uno che è tutte le quattro caratteristiche insieme. ^_^ Allora siamo fottuti. Ciao.