
Antico vaso orientale, credit Antiche Curiosità©
La washi, carta giapponese
Giustina Settepunti©
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Nel cuore delle montagne giapponesi, in inverno, quando i rami si spogliano e la natura sembra quasi addormentata, inizia il lavoro silenzioso degli artigiani della carta. La washi, la carta tradizionale del Giappone, nasce quando fa freddo, tra mani umide e vapori che salgono dalle vasche di legno tradizionali. Stiamo parlando di una carta antica, usata per incisioni, scrittura, restauro e pittura, ma anche per oggetti quotidiani e sacri. Ogni foglio è il frutto di un processo tanto fisico quanto spirituale, che coinvolge piante, acqua, legno, gesti e pazienza.
La materia prima principale è il kōzo, il gelso da carta. I suoi rami vengono tagliati tra dicembre e febbraio, quando la linfa è al minimo. I rami appena raccolti vengono sbollentati per qualche minuto in acqua, in modo da facilitare il distacco della corteccia. Una volta raffreddati, si procede a mano alla sbucciatura. Si toglie prima la corteccia esterna scura con un coltello affilato, poi si lavora quella interna, biancastra, chiamata shiro-kawa, la parte più preziosa. Questa fibra viene poi legata in fasci e conservata per la fase successiva.
Prima di essere trasformata in carta, la fibra deve essere purificata. Viene cotta per circa due ore in una soluzione alcalina: tradizionalmente si usa la lisciva ottenuta da cenere di legna (ricca di carbonato di potassio), ma oggi si impiega anche soda caustica o carbonato di sodio. La cottura serve a sciogliere la lignina e ammorbidire la fibra, tuttavia dev’essere controllata con attenzione: un tempo troppo lungo o una soluzione troppo aggressiva rovinerebbero la struttura del kōzo. Dopo la bollitura, le fibre vengono lavate in acqua corrente fredda, spesso in vasche alimentate da sorgenti di montagna. Qui si eliminano i residui chimici e le fibre danneggiate.
Segue una fase minuziosa, fatta interamente a mano: le fibre vengono selezionate ad una ad una per togliere impurità, schegge, macchie scure, piccoli nodi. È un lavoro lento e concentrato. A questo punto la fibra viene battuta: con mazze di legno, su tronchi o pietre lisce, si colpisce la massa fino a renderla uniforme e filamentosa. La battitura deve essere energica ma non eccessiva: troppo poco, e la carta sarà grumosa; troppo, e diventerà debole.
La polpa così ottenuta viene mescolata in una grande vasca piena d’acqua fresca. Si aggiunge il neri, una mucillagine naturale ricavata dalla radice di tororo-aoi, una pianta simile all’ibisco. Il neri è fondamentale: non lega le fibre, ma le mantiene in sospensione, impedendo che si accumulino sul fondo. La sua viscosità consente di distribuire le fibre in modo omogeneo durante la formazione del foglio.
Per creare i fogli si utilizza il suketa, un setaccio composto da una cornice di bambù con una rete sottile fissata sopra. L’artigiano immerge il suketa nella vasca, lo solleva e lo muove orizzontalmente e poi verticalmente, secondo un ritmo preciso. Questo movimento intreccia le fibre sull’acqua e ne determina l’uniformità, lo spessore e la resistenza. La quantità di polpa, la velocità dei movimenti, la temperatura e persino l’umidità dell’ambiente influenzano il risultato finale.
Una volta formato, il foglio bagnato viene deposto su un panno di feltro o cotone. I fogli vengono sovrapposti in una pila ordinata, separati da tessuti o carte sottili. Si procede quindi alla pressatura, usando una pressa di legno o metallo, per eliminare l’acqua in eccesso. Dopo qualche ora, i fogli semi-asciutti vengono separati e stesi a mano su tavole di legno liscio, tradizionalmente di cipresso, dove si lasciano essiccare lentamente. A seconda del clima, si può optare per un’asciugatura al sole, alla brace o in ambienti riscaldati. Quando il foglio si stacca dalla tavola, è finito: sottile, flessibile, resistente, perfettamente uniforme, pronto a durare secoli.
Chi desidera sperimentare questa arte a casa può tentare una versione semplificata. Al posto del kōzo, si possono usare fibre naturali come cotone, carta assorbente o carta di riso non patinata. I materiali vengono sminuzzati a mano e lasciati in ammollo, poi frullati in acqua fino a ottenere una polpa omogenea. Si può aggiungere un gel vegetale come l’amido di riso o un estratto di hibiscus per riprodurre l’effetto del neri. Con una semplice cornice e una rete fine, è possibile costruire un setaccio artigianale e formare i fogli direttamente in una bacinella. Dopo la formazione, si trasferisce il foglio su un panno, si preme con una spugna per rimuovere l’acqua, e si lascia asciugare su una superficie liscia, come vetro o legno.
Il risultato non sarà perfetto, ma sarà autentico. Ogni foglio porterà con sé le tracce delle mani che lo hanno creato, delle fibre da cui proviene, del tempo impiegato per generarlo. Fare carta è un gesto antico e necessario, oggi quasi dimenticato. Ma riprenderlo in mano, anche in forma semplice, significa tornare a sentire la materia, la lentezza, il valore delle piccole cose. In ogni foglio di washi, tradizionale o domestico, c’è una forma di silenzio, una memoria che resiste al tempo e all’inchiostro.
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