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Dalla dialettica al conflitto
La qualità del dibattito pubblico è una punta d’iceberg che mostra solo il lato più evidente di un sistema penalizzante per la dialettica e la tolleranza. Le discussioni sui social dimostrano l’infimo grado di maturità culturale di una società allo sbando che ha bisogno di consolazione, zone confort e apprezzamenti continui a guisa di incoraggiamento digitale. La crescente difficoltà nel sostenere un contraddittorio fondato su un’analisi oggettiva e poco emotiva degli argomenti, e non sull’attacco personale, sottolinea l’urgenza e la necessità di ricostruire una dialettica perduta. Questo mio breve e non esaustivo articolo è teso a dimostrare come dall’antichità classica all’era digitale, la progressiva marginalizzazione della formazione logico-retorica e della dialettica, abbia contribuito alla crisi attuale del confronto pubblico, nonché alla trasformazione dei social e dei confronti tv, in baruffe in cui si grida molto ma si conclude veramente poco.
La dialettica nasce nell’ambiente filosofico greco come pratica di ricerca della verità. In Socrate il dialogo non è mai scontro, ma specifico metodo: attraverso l’élenchos (confutazione), l’interlocutore è guidato a riconoscere le proprie contraddizioni. Il presupposto fondamentale non è la vittoria retorica, ma, al contrario, la disponibilità nel mettere in discussione perfino le proprie convinzioni.
Con Platone, la dialettica diventa il metodo filosofico per eccellenza: il dialogo è uno strumento di ascesa intellettuale verso la verità. Aristotele sistematizza ulteriormente il campo distinguendo tra:
- logica dimostrativa (analitica),
- dialettica (argomentazione plausibile),
- sofistica (argomentazione solo apparentemente valida).
Nel trattato Confutazioni sofistiche, Aristotele elenca e classifica quelli che oggi chiamiamo errori o fallacie logiche, riconoscendo la necessità di educare al loro immediato riconoscimento. Già in questa fase emerge un punto cruciale: la dialettica richiede regole condivise.
Passiamo al Medioevo. La dialettica viene integrata nel sistema accademico attraverso la disputatio. In sintesi, si presentava una tesi, si formulavano delle necessarie obiezioni, si rispondeva punto per punto e si faceva una sintesi conclusiva. La struttura stessa del discorso obbligava gli interlocutori a distinguere tra persona e argomento. L’attacco personale non possedeva alcun valore epistemico. La dialettica era un addestramento formale alla gestione del dissenso, non funzionale alla creazione della zuffa o del pigolio inutile, e la logica costituiva parte integrante del trivio (grammatica, retorica, dialettica).
L’educazione al contraddittorio non era affatto accessoria: era il cuore della formazione intellettuale dell’epoca.
Con l’Illuminismo, il confronto razionale diventa fondamento della sfera pubblica. L’idea kantiana di “uso pubblico della ragione” presuppone cittadini capaci di argomentare e contro-argomentare. Tuttavia, progressivamente, l’insegnamento sistematico della logica formale e della retorica perde centralità nei curricula educativi. La modernità accentua l’importanza dell’opinione individuale, ma riduce l’addestramento tecnico alla sua strutturazione critica. Si produce così una tensione che poi diventerà ineliminabile: maggiore libertà espressiva, minore disciplina argomentativa.
Arriviamo a oggi. Nel contesto digitale, il dibattito si svolge in ambienti caratterizzati da fretta, esposizione permanente al giudizio altrui non sempre qualificato, incentivazione del fattore emotivo che surclassa preparazione e distanza oggettiva per la valutazione dell’oggetto, infine predominanza dell’algoritmo che esercita una dittatura costante sui contenuti valutati non in base alla loro densità ma, al contrario, in base alla loro tensione emotiva. L’opinione tende a coincidere con l’identità personale e diventa aleatoria, sfuggente, ingiustificatamente aggressiva e arroccata su posizioni standard, per cui chiunque osa opporsi alla verità rivelata dal mainstream viene insultato. Di conseguenza, la critica a un’idea viene vissuta come attacco alla persona. In questo quadro proliferano fallacie classiche: ad hominem (attacco alla persona, appunto); strawman (caricatura della tesi altrui); falso dilemma (riduzione a due alternative); appello all’emozione.
La mancanza di educazione alla distinzione tra soggetto e argomento genera un conflitto permanente in cui il contraddittorio è percepito come minaccia. Manca l’esercizio attivo destrutturalista di costruzione e decostruzione degli argomenti, manca l’educazione alla dialettica, al pensiero individuale e libero.
Dall’antichità alla contemporaneità, la dialettica ha rappresentato uno strumento essenziale di costruzione del sapere e della convivenza civile. La sua progressiva marginalizzazione nell’educazione ha contribuito alla difficoltà attuale nel sostenere un confronto razionale.
Recuperare l’educazione alla dialettica significa reintrodurre la logica come disciplina viva; valorizzare il contraddittorio strutturato; distinguere tra rispetto della persona e valutazione critica delle idee.
Una società capace di conflitto regolato è più stabile di una società che evita il dissenso o lo trasforma in scontro identitario. Una società che usa delle frasi preimpostate al posto della dialettica, ha già perso. “Non mi sembra il caso di continuare a polemizzare con lei, rispetto il suo parere, ma non sono d’accordo”. Queste sono le frasette di circostanza a cui ci obbliga la censura dei social. Come fai a rispettare un parere che non condividi, non lo devi rispettare, lo devi smontare. La dialettica, lungi dall’essere un residuo del passato, rappresenta una competenza fondamentale per potersi chiamare esseri ragionevoli. Il galateo digitale di fb, con le famose regole della comunità che ti segnalano se poco poco osi contestare, in sintesi la censura di pensieri e opinioni contro, non serviranno a salvarci dal naufragio del pensiero.