
Segue il canone, credit Mary Blindflowers©
Il canone e il potere
Fluò©
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Che cos’è il canone e su quali basi si può dire che uno scrittore rientri nel canone?
Il canone letterario è l’insieme delle opere e degli autori considerati, in un determinato contesto culturale e storico, come modelli di eccellenza artistica e linguistica, degni di essere studiati, trasmessi e preservati. Si tratta di una costruzione culturale in teoria dinamica che riflette i valori, le ideologie e le gerarchie del tempo in cui viene definita o ridefinita. Il concetto di canone letterario occupa un posto centrale nella riflessione critica, specialmente nei dibattiti contemporanei sulla cultura, sull’identità e sull’autorità intellettuale. Il canone letterario non è una semplice raccolta di opere “belle” o “immortali”, ma una costruzione culturale che risponde a logiche di potere. Dietro ogni selezione canonica vi è un processo di inclusione e di esclusione che riflette i valori dominanti di un’epoca: chi ha autorità per decidere cosa va letto, studiato e tramandato?
Istituzioni scolastiche e universitarie,
critici e storici della letteratura,
case editrici e manuali,
programmi ministeriali.
Il canone non solo riflette il messaggio che il potere vuole, ma lo perpetua e plasmando le coscienze. I testi canonici sono il risultato di scelte ideologiche, sociali e istituzionali.
Dall’antichità fino all’età contemporanea, la selezione delle opere ritenute “classiche” è stata operata da istituzioni colte – accademie, università, chiese, monarchie – tutte espressione delle classi dominanti. Nell’antica Roma, l’inclusione di Virgilio e Orazio nel corpus educativo fu favorita dall’adesione dei poeti alla visione imperiale di Augusto. Chi non era propriamente d’accordo con l’imperatore, veniva esiliato. I testi virgiliani e oraziani, non solo rispondevano a precisi criteri estetici, ma veicolavano valori politici: l’ordine, la pietas, la romanità, esaltazione del Princeps inclusa.
E che dire, tanto per citare un autore, di Boccaccio, nel Medioevo? Inizialmente autore “doppio” (tra erotismo e religione, tra mondanità e spiritualità), fu oggetto di un’operazione di canonizzazione dopo la sua “moralizzazione”.
Fu proprio la Chiesa post-tridentina, nel Cinquecento, a spingere per una lettura moralizzata del Decameron. Alcune novelle vennero censurate o modificate (edizioni “ripulite”), mentre la sua figura fu riabilitata come “precursore” della prosa italiana. Boccaccio divenne così accettabile per l’establishment solo nel momento in cui venne trasformato in un autore colto, moralmente rispettabile e utile alla costruzione della lingua volgare. Dante che visse l’esilio e fu in conflitto con le autorità fiorentine, è diventato, secoli dopo, l’emblema letterario dell’identità nazionale italiana. Questo processo è iniziato già nel Trecento, ma si è intensificato nell’Ottocento, con la costruzione dell’Italia unita, quando Dante fu elevato a simbolo dell’unità linguistica, culturale e morale della nazione.
Negli ultimi decenni, il canone è stato oggetto di forti critiche. I criteri di selezione tradizionali sono stati, in parte, messi in discussione.
Per secoli il canone occidentale europocentrico è stato dominato da autori maschi, bianchi, europei, spesso aristocratici, escludendo altre voci, come quelle femminili, post-coloniali o popolari. La letteratura satirica è sempre stata snobbata dal canone perché troppo ribelle, troppo critica, in sintesi, scomoda: scardina l’autorità, deride la pomposità e smaschera i giochi di potere, gioca con il linguaggio attraverso il simbolo creando una fondamentale ambiguità che viene mal digerita dai gestori del canone. Per questo motivo la letteratura satirica è spesso considerata minore o marginale, anche quando è invece geniale o devastante. Chi segue il canone pedissequamente è uno sciocco.
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti