Dicesi indifferenza entusiasta la proliferazione di wow e bellissimo, bravissimo sotto pubblicità di libri di cui allo stesso propinatore di like non frega un fico secco. È per affermare l’ontologia del sé, quasi un meccanismo automatico. Non fatevi fregare dall’ontologia, non esistete, e nemmeno io.
Il mondo digitale ha un suo ecosistema in cui è possibile trovare di tutto. Uno dei fenomeni forse in assoluto più diffusi è lo snocciolamento seriale di approvazioni prive di reale interesse che conducono a una riflessione su un problema che dovrebbe essere superato nelle menti più illuminate, mentre si è del tutto arenato nell’uomo comune, il problema dell’essere. Nella sua forma più banale, l’indifferenza entusiasta si manifesta con una profonda dissociazione tra l’entusiasmo dell’espressione e quello dell’attenzione vera. Così assistiamo quotidianamente allo spettacolo di un utente che commenta «meraviglioso», «fantastico», «che bello» sotto la pubblicità di un libro che non leggerà mai, di una rivista che non acquisterà nemmeno sotto tortura, di un articolo che non ha aperto e probabilmente non aprirà in tutta la sua vita. L’entusiasmo che il soggetto dichiara non corrisponde a un investimento reale di tempo, denaro o curiosità intellettuale. La reazione non riguarda il contenuto, ossia l’oggetto in sé, ma il soggetto che reagisce e quindi esiste.
La sociologia dei social network ha spesso interpretato tali comportamenti come forme utili a mantenere le interazioni, una sorta di scambi rituali di riconoscimento reciproco, un po’ come fanno le scimmie che si riconoscono da gesti intenzionali tipo: mettere le dita nel naso o nell’orecchio del compagno. L’uomo mette invece i like. Queste interpretazioni colgono certamente una parte del fenomeno, ma non sono sufficienti a descrivere l’intero fenomeno dei fenomeni social. L’indifferenza entusiasta non è soltanto frutto di un desiderio di socialità; è una tecnica ontologica.
Ogni “wow” rappresenta infatti una microscopica dichiarazione di presenza. Il contenuto del messaggio è secondario rispetto al fatto di essere intervenuti. Non si comunica qualcosa; si afferma: bada che io esisto. Il commento diventa una traccia impressa nel flusso incessante dell’informazione: Io sono qui! Una sorta di sigillo virtuale.
Benvenuti nell’epoca digitale!
L’ideale cartesiano del cogito ergo sum viene rovesciato in reagisco, dunque sono. Una versione depauperata dall’unico atto per cui valga la pena di stare al mondo, pensare. L’atto riflessivo viene sostituito dall’impulso animale; la presenza diventa simulazione; l’essere una continua segnalazione. Insomma, ci troviamo in presenza di una primitivizzazione, di un’involuzione dell’uomo e della donna sirena che cantano una canzone ammaliante senza comprenderne il significato.
Se il sé che cerca continuamente di affermarsi è soltanto una costruzione narrativa, una funzione linguistica o un effetto di processi impersonali, allora l’intero apparato dell’indifferenza entusiasta appare come un gigantesco rituale celebrato in onore di un’entità che non possiede alcuna sostanza. Il social network diventa così il teatro di una paradossale liturgia: milioni di individui impegnati a confermare incessantemente l’esistenza di soggetti non esistenti che, a un esame più rigoroso, si rivelano instabili, frammentari e inesistenti.
L’indifferenza entusiasta non sarebbe allora un semplice difetto della comunicazione contemporanea. Sarebbe il sintomo di una crisi più profonda che ricorre a un’ontologia da baraccone per affermare gente sola che, nella realtà, al di fuori di like, cuoricini e tanti complimenti per i complimenti, non rivolge la parola nemmeno ai vicini perché, di base, non li conosce.
Anche la trasformazione dei social in grandi officine di marketing, in cui solo chi paga realizza milioni di visualizzazioni, esaspera ancora di più i distributori automatici di like pavloviani, che non sanno più dove voltarsi per mettere approvazioni a caso e affermare un’ontologia che paradossalmente non esiste.
L’INDIFFERENZA ENTUSIASTA E L’ONTOLOGIA DEL LIKE
Mary Blindflowers
Dicesi indifferenza entusiasta la proliferazione di wow e bellissimo, bravissimo sotto pubblicità di libri di cui allo stesso propinatore di like non frega un fico secco. È per affermare l’ontologia del sé, quasi un meccanismo automatico. Non fatevi fregare dall’ontologia, non esistete, e nemmeno io.
Il mondo digitale ha un suo ecosistema in cui è possibile trovare di tutto. Uno dei fenomeni forse in assoluto più diffusi è lo snocciolamento seriale di approvazioni prive di reale interesse che conducono a una riflessione su un problema che dovrebbe essere superato nelle menti più illuminate, mentre si è del tutto arenato nell’uomo comune, il problema dell’essere. Nella sua forma più banale, l’indifferenza entusiasta si manifesta con una profonda dissociazione tra l’entusiasmo dell’espressione e quello dell’attenzione vera. Così assistiamo quotidianamente allo spettacolo di un utente che commenta «meraviglioso», «fantastico», «che bello» sotto la pubblicità di un libro che non leggerà mai, di una rivista che non acquisterà nemmeno sotto tortura, di un articolo che non ha aperto e probabilmente non aprirà in tutta la sua vita. L’entusiasmo che il soggetto dichiara non corrisponde a un investimento reale di tempo, denaro o curiosità intellettuale. La reazione non riguarda il contenuto, ossia l’oggetto in sé, ma il soggetto che reagisce e quindi esiste.
La sociologia dei social network ha spesso interpretato tali comportamenti come forme utili a mantenere le interazioni, una sorta di scambi rituali di riconoscimento reciproco, un po’ come fanno le scimmie che si riconoscono da gesti intenzionali tipo: mettere le dita nel naso o nell’orecchio del compagno. L’uomo mette invece i like. Queste interpretazioni colgono certamente una parte del fenomeno, ma non sono sufficienti a descrivere l’intero fenomeno dei fenomeni social. L’indifferenza entusiasta non è soltanto frutto di un desiderio di socialità; è una tecnica ontologica.
Ogni “wow” rappresenta infatti una microscopica dichiarazione di presenza. Il contenuto del messaggio è secondario rispetto al fatto di essere intervenuti. Non si comunica qualcosa; si afferma: bada che io esisto. Il commento diventa una traccia impressa nel flusso incessante dell’informazione: Io sono qui! Una sorta di sigillo virtuale.
Benvenuti nell’epoca digitale!
L’ideale cartesiano del cogito ergo sum viene rovesciato in reagisco, dunque sono. Una versione depauperata dall’unico atto per cui valga la pena di stare al mondo, pensare. L’atto riflessivo viene sostituito dall’impulso animale; la presenza diventa simulazione; l’essere una continua segnalazione. Insomma, ci troviamo in presenza di una primitivizzazione, di un’involuzione dell’uomo e della donna sirena che cantano una canzone ammaliante senza comprenderne il significato.
Se il sé che cerca continuamente di affermarsi è soltanto una costruzione narrativa, una funzione linguistica o un effetto di processi impersonali, allora l’intero apparato dell’indifferenza entusiasta appare come un gigantesco rituale celebrato in onore di un’entità che non possiede alcuna sostanza. Il social network diventa così il teatro di una paradossale liturgia: milioni di individui impegnati a confermare incessantemente l’esistenza di soggetti non esistenti che, a un esame più rigoroso, si rivelano instabili, frammentari e inesistenti.
L’indifferenza entusiasta non sarebbe allora un semplice difetto della comunicazione contemporanea. Sarebbe il sintomo di una crisi più profonda che ricorre a un’ontologia da baraccone per affermare gente sola che, nella realtà, al di fuori di like, cuoricini e tanti complimenti per i complimenti, non rivolge la parola nemmeno ai vicini perché, di base, non li conosce.
Anche la trasformazione dei social in grandi officine di marketing, in cui solo chi paga realizza milioni di visualizzazioni, esaspera ancora di più i distributori automatici di like pavloviani, che non sanno più dove voltarsi per mettere approvazioni a caso e affermare un’ontologia che paradossalmente non esiste.
Thinking Man Editore
Destrutturalismo