
TECNICA DELLA SCRITTURA MISTA
Ernesto Licoandro
Buongiorno, buonasera, buon pranzo o buona colazione o quel che volete voi. Siccome non ho mai scritto su questa rivista, mi presento.
Sono nato nel 1953 a San Cipiglio sul Mare, sono cresciuto senza un appiglio logico e senza mai capire perché il mio cognome susciti negli altri un misto di rispetto e sospetto.
Figlio unico di un contabile e di una maestra alimentare (così diceva lei, con orgoglio), ho sviluppato presto una devozione mistico-religiosa per le procedure: a otto anni ho compilato da solo il modulo per la mensa della Congrega dei Conventicoli Insaccati, a dodici ho redatto il mio primo archivio domestico.
Dopo un diploma tecnico conseguito con la diligenza ereditata da mio padre e la disinvoltura presa da mia madre, entro come impiegato nell’Ufficio Patrimonio del Comune, dove divento noto per la mia capacità di trovare documenti che nessuno ricordava di aver archiviato.
Sono un uomo mite, metodico, incline a credere che ogni problema abbia una soluzione, purché esista il modulo giusto.
Solo molto più tardi ho scoperto che il cognome Licoandro apparteneva, secoli prima, a una piccola confraternita di custodi di segreti civici: una genealogia che mi imbarazza quanto una vecchia corazza, ma che, proprio come una corazza, si porta addosso con sudore e fatica.
Oggi, dopo un grande amore che mi ha lasciato stecchito, vivo da single, con una collezione di timbri antichi, tamponi asciutti e l’ostinata convinzione che un ordine cavalleresco – qualunque esso sia – salverà il mondo.
Intanto ho acquisito la tecnica della scrittura mista, tra il sacro e il sacrilego, e per tutti i santi devoti quadrimestri dell’anno spero di inondarvi con le mie blasfeme elucubrazioni. Non chiedo di essere sopportato, ma solo il dovuto rispetto per un tipo sospetto.
Sto a Una Marina di Libri. Vedo un tizio dinoccolato dentro il suo gazebo, allestito con una cura che oscilla tra la nonchalance e una puntigliosità quasi maniacale. A guardarlo da media distanza lascia filtrare una sorta di spiritualità, un afflato quasi religioso per il libro. E sono così simili – egli e ciò che espone – da sembrare fratelli, tanto da dare l’impressione di avere davanti non un uomo, ma un volume in carne e ossa.
M’incuriosisce questo espositore improbabile ed eterodosso, come se fosse appena uscito da una pagina di Kafka. Gli ho girato attorno più volte. Più volte ho provato a fermarmi per chiedere – oggi si dice, con brutale economia, info. Ma all’ultimo istante mi tiro indietro, come se una tremarella invisibile mi inceppasse la lingua e mi sottraesse la parola.
Eppure noi Licoandri non siamo stinchi di santo. Eh, siamo gente vissuta: abbiamo viaggiato, girato il mondo, messo su una stirpe, una casata, una corazza. Cos’è allora che trattiene questo Licoandro?
Il mio terzo occhio ha inquadrato più volte La sfera magica e il mio sesto senso mi sussurra che è un libro dello stesso venditore. Anche le copertine di quella strana rivista – che, a stare al nome, pare ci vorrebbe tutti senz’ossa – odorano di artigianato creativo.
Nel mio incessante girovagare tra i gazebo della fiera, di libri esposti ne ho incontrati a migliaia. Eppure da nessuna parte ho provato quel brivido che cattura, quella febbre che contagia, quella martellata che t’inchioda lì, davanti a una copertina che caghifica lo Strega.
Con fare circospetto mi avvicino allo stand, dove alcuni visitatori temporeggiano tra libri e riviste. Mi intrufolo tra loro e prendo la numero otto. Son tutte belle le mamme del mondo – mi verrebbe da canticchiare – ma questa copertina? Racconta di come, a certe latitudini, ci vorrebbero: col cervello spappolato dall’alcol e dalle dipendenze. Per poi, alla fine, premiarci con un premio liquoroso.
I visitatori sono passati a un altro gazebo, e io rimango da solo col mio espositore… ehm, preferito. Si può scrivere? Vabbè, lo scrivo lo stesso.
Finalmente mi vede e mi chiede: «Posso esserle utile?»…
(continua)