
Mary Blindflowers
Menadi ebbre, crisi identitaria
La diffusione dei social network ha reso evidente un fenomeno che di base è sempre esistito, ma che oggi ha una visibilità molto accentuata: la trasformazione delle scelte culturali, o meglio pseudo-culturali, in specifiche identità personali. Così accade che libri, serie televisive, orientamenti politici, squadre sportive e perfino prodotti commerciali cessano di essere semplici oggetti di consumo per diventare veri e propri tasselli che contribuiscono a creare un’identità fittizia, chiassosa e spesso molto ignorante, costruita attorno al vero nucleo costitutivo di un individuo manipolabile, la cui scelta è indotta dalla propaganda, da una sorta di buon senso collettivo e dalla necessità di far parte di un gruppo.
Specialmente nei gruppi “culturali” si nota come la difesa identitaria nasca precisamente da un’identificazione patologica tra il nucleo fittizio, ossia costruito nei social, del proprio sé e ciò che il sé possiede simbolicamente. Quando qualcuno afferma che un determinato romanzo è mediocre, commerciale o privo di valore letterario, non mette soltanto in discussione un testo, ma mette in crisi il sistema identitario costruito tanto faticosamente da una massa di imbecilli. Di fronte a una foto che riproduce giallacci da bancarella stimati come capolavori, un commento negativo solleva molta polvere, tanta che i fan di quei libri, ad un certo punto, sentono una certa irritazione agli occhi e al cervello e iniziano col non capire più nulla. La destabilizzazione di un assetto costruito come carte da gioco, pronte a crollare al primo venticello, suscita una pavloviana reazione istintiva di difesa. Più forte è l’investimento emotivo nell’oggetto, più intensa sarà la reazione difensiva e gli insulti; più debole caratterialmente il soggetto che li pronuncia.
Si assiste, indubitabilmente, a una progressiva e devastante estetizzazione dell’identità contemporanea. Un individuo si autodefinisce attraverso gusti, consumi, libri e scelte commerciali. Il gusto diventa una forma di autorappresentazione e inizia a diventare prepotente, a dare giudizi senza cognizione di causa, sostituendo la lettura attenta e la critica letteraria di un testo con il parere personale totalmente immotivato e dilettantistico.
In questo scenario, alimentato anche da algoritmi totalmente indifferenti al contenuto, il dissenso assume il sapore di una pillola al curaro. La persona che ha ricevuto un commento negativo al libro di un grosso editore che ha appena postato, non percepisce di dover difendere il libro; sente, invece, di dover difendere se stessa attraverso quell’oggetto. Impiega la sua energia emotiva a servizio di una totale confusione tra soggetto e oggetto.
I social tendono, coi gruppi, ad organizzare le persone sulla base delle loro scelte. Non c’è confronto critico ma solo acquiescenza cimiteriale. Qualsiasi parere che non segua la massa viene giudicato perturbante e cattivo, perché non conformista.
La velocità delle reazioni e degli insulti è particolarmente significativa. Ieri ho scritto sotto un post che i libri ritratti in foto dal postante si possono trovare nei mercatini dell’usato a 50 centesimi, che i librai professionisti li considerano pattume e poi ho chiesto, provocatoriamente: dove sono finiti Dürrenmatt e Holiday Hall? Poi ho contato: uno, due, tre… Sono arrivata a 14 secondi. Arriva il primo insulto. Dopo altri cinque secondi ne arrivano altri.
Quando una o più risposte ostili compaiono pochi secondi dopo una critica, il soggetto non può aver fatto una riflessione approfondita capace di generare una controcritica, ma agisce senza pensare, seguendo un istinto bestiale.
Mai come oggi si celebra il pluralismo delle opinioni e si censura contemporaneamente. Le opinioni devono essere innocue e sciocche. Questa è la regola. La critica, siccome è contestazione dell’esistenza simbolica dell’individuo, crea sofferenza.
Il risultato finale? L’ignorante sostituzione della ragione con la reazione, del dibattito con l’impulso ferino. L’obiettivo non è più verificare se una tesi sia vera, falsa, convincente o debole. Tutto si riduce alla protezione con le unghie e coi denti del proprio microterritorio identitario. Menadi ebbre e adepti del nulla difendono il sé rannicchiato dentro un qualsiasi oggetto che li faccia sembrare pensanti anziché tanti poveri zerbini ammaestrati. Il conformismo digitale è con noi.
.