Guerra, la mobilitazione asimmetrica

Giuseppe Ioppolo

Guerra, mobilitazione asimmetrica


La mobilitazione contro la guerra in Palestina, quella contro la guerra in Iran, sono sacrosante. Nessuna obiezione, ci mancherebbe! Ma se davvero vogliamo parlare di pace, dovremmo forse allargare lo sguardo anche ad altri scenari: al sequestro ingiustificato e illegittimo del presidente del Venezuela, alle guerre ad alta crudeltà e bassissima visibilità mediatica, soprattutto in Africa, dove persistono dinamiche neo-coloniali che molti Stati europei non hanno mai davvero abbandonato. Per questi attori, l’autonomia dei popoli resta un tabù, e la retorica civilizzatrice continua a mascherare interessi predatori. Tutto vero, tremendamente vero, non fa una grinza. Eppure, di questi Paesi non sentiamo le voci: non entrano nelle piazze, non fanno scena. Restano collocati in un limbo dove si può morire a centinaia di migliaia – bambini, giovani, anziani, donne – senza per questo fare notizia, senza bucare il sistema mediatico, senza sottrarsi all’assoluta indifferenza. Un esempio? La guerra in Ucraina.
Ah sì, quella voluta da Putin per prendersi l’Ucraina in poche settimane! Che però, nel sistema mediatico, ci è entrata eccome. È entrata occupando e saturando ogni spazio possibile. Ma stranamente non entra – anzi, viene espulsa – dalle piazze dove, ci dicono, si lotta per la pace.
Così la narrazione dominante ha gioco facile a presentarci il conflitto come un’aggressione unilaterale.
Putin avrebbe preteso di “prendersi l’Ucraina” e ora sarebbe impantanato in una guerra senza fine.
Ma questa lettura, molto diffusa anche in parte del movimento pacifista, ignora o minimizza elementi che Mosca considera centrali nella propria interpretazione degli eventi.
Nelle regioni del Donbass e del Donetsk vivono in percentuali numericamente consistenti, tra il 30 e il 50%, popolazioni russofone con legami storici, linguistici e culturali con la Russia.
Gli accordi di Minsk – la cui attuazione doveva essere garantita da Francia e Germania – avrebbero dovuto assicurare un’autonomia amministrativa a queste regioni. La loro mancata attuazione, unita al conflitto interno e alla presenza di milizie nazionaliste – eufemismo di nazionalsocialiste, battaglione Azov docet – ha alimentato tensioni crescenti.
Parallelamente, l’Ucraina ha espresso la volontà di aderire all’Unione Europea e alla NATO.
Mosca ha più volte dichiarato di considerare inaccettabile l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica, soprattutto per la condivisione di circa 2000 km di confine e per il timore – espresso dalle autorità russe – di un possibile indebolimento del proprio sistema difensivo.
Putin avverte in tutte le sedi internazionali che ciò che sta avvenendo in Ucraina è pericoloso e gravido di conseguenze. Gli Stati Uniti lo snobbano. Gli Stati europei si girano dall’altra parte.
Il 24 febbraio 2022 la Russia avvia quella che definisce un’“operazione militare speciale”, motivandola con la necessità di proteggere le popolazioni russofone e di prevenire un ulteriore avvicinamento dell’Ucraina alla NATO.
Tra gli altri obiettivi dichiarati:

  • smantellare il cordone di biolaboratori lungo il confine russo-ucraino;
  • “de-nazificare” l’Ucraina descritta come calamita per la destra radicale internazionale.
    Come prevedibile, l’operazione viene immediatamente condannata da Stati Uniti e Regno Unito.
    Una condanna già scritta da tempo nella diplomazia statunitense che osservava, con crescente inquietudine, l’intesa energetica tra Europa (Germania in testa) e Russia.
    In fondo, gli Stati Uniti hanno sempre guardato con sospetto a un’Europa autonoma. Soprattutto quando l’autonomia si sostanzia di risorse energetiche a buon mercato fornite a un apparato economico-industriale di quasi eccellenza, dalla vicina e confinante Federazione Russa.
    Kissinger non ha mai amato le istituzioni europee nascenti; Madeleine Albright ha esercitato un paternalismo commiserevole; Victoria Nuland ha sintetizzato tutto con un lapidario “fuck Europe”.
    E l’Europa, come ipnotizzata dall’imperiale comando, esegue.
    Ma è un vero e proprio harakiri. Perché la conduzione del conflitto sfugge al suo controllo e gli Stati europei si ritrovano a sostenere militarmente ed economicamente una guerra che dissangua le loro economie e sulla quale non hanno alcun potere di indirizzo, se non quello – paradossale – dell’interdizione della pace.
    L’Europa si scopre guerrafondaia per ripicca, trascinata in una guerra non sua, illusa da previsioni fantasiose sul crollo economico e politico della Federazione Russa.
    Il movimento pacifista, su questo terreno, ha spesso riprodotto lo strabismo della narrativa occidentale: venti pacchetti di sanzioni contro Putin e, di fatto, contro se stessa; nessuno contro Netanyahu, artefice di una politica che molti osservatori – a cominciare dalla Corte Internazionale dell’Aia – definiscono apertamente genocidaria nei confronti del popolo palestinese.
    Eppure, nell’intervento russo, una qualche parvenza di giustificazione geopolitica esiste.
    Nessuno gradirebbe avere ai propri confini un paese bellicoso, armato e integrato in un’alleanza militare come la NATO che non è certo un’associazione di anime pie, ma un’organizzazione militare che ha la guerra nel suo DNA e un apparato logistico e di armamenti per farla.
    E qui si apre il nodo che l’Occidente finge di non vedere: la richiesta formale di adesione dell’Ucraina alla NATO è successiva all’intervento russo, ma il percorso politico-strategico era già stato avviato da anni.
    Dal 2008… (continua su Destrutturalismo n. 13)

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