Bandiera, censura, algoritmo, reazione

Bandiera, censura, algoritmo, reazione

Gossip, tecnica mista su tela, Mary Blindflowers©

 

 

Bandiera, censura, algoritmo, reazione

Mary Blindflowers©

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Oggi ho fatto un piccolo esperimento innocente. Ho postato un articolo contro il colonialismo della Sardegna, lo trovate qui mettendo la bandiera dei Quattro Mori con una grande x sopra. L’articolo è contro ogni forma di razzismo e contro i simboli non esattamente identitari, spacciati per oro colato. Dopo pochi secondi arriva la segnalazione sui social. Ritengo una vergogna per il pensiero critico che io abbia dovuto modificare l’immagine del mio articolo per evitare segnalazioni di mononeuronali cronici. Ma cosa è accaduto? Accade che esiste un gap profondo tra parola scritta e immagine.

Viviamo in un tempo in cui l’immagine precede la parola, la sostituisce, la comprime e spesso la travisa. È un tempo in cui le immagini — per quanto cariche di intenzione critica, ironica o simbolica — vengono isolate, disinnescate o addirittura censurate perché giudicate fuori contesto da algoritmi, norme automatiche o, peggio, da una sensibilità collettiva sempre più fragile e binaria. Quando ciò accade, ci si trova davanti a un paradosso inaccettabile: l’immagine viene condannata prima ancora di essere compresa, e il contenuto che dovrebbe sostenerla o chiarirla non viene letto. La gente reagisce indignata senza leggere nulla. E questo accade a tutti i livelli. Tempo fa un noto critico sui social mi disse: “eh ma tu sostieni che Cristo era femmina, che attendibilità puoi avere?” Gli ho risposto che se si fosse scomodato a leggere forse avrebbe capito che “Cristo era femmina” è il titolo provocatorio di un libro di poesie, non di un saggio storico. Mi ha bannato.

Ma torniamo a noi… Il caso di una bandiera barrata, ad esempio, può scatenare indignazione istantanea, automatismi censori, segnalazioni, rimozioni. Non importa che il gesto visivo sia accompagnato da un’argomentazione colta e documentata, da un saggio storico, da una riflessione sulla costruzione dell’identità o sul colonialismo: ciò che conta, per l’algoritmo e per l’occhio condizionato, è il frame visivo isolato, strappato al suo contesto. È come se l’immagine venisse letta con l’ottusità di un codice penale applicato senza ermeneutica, con la rigidità di chi vede nel simbolo una sacralità da proteggere, anziché un terreno di disputa e significazione.

Lo stesso meccanismo si ripete con figure pubbliche controverse: un leader politico ritratto in copertina, con un’espressione solenne e un titolo ambiguo, viene subito interpretato come esaltazione o celebrazione. Il fatto che, nell’articolo, vi sia una critica dettagliata, un’analisi lucida dei rischi che quella figura rappresenta, passa in secondo piano. L’immagine agisce da sola, scollegata dalla scrittura, dalla ricerca, dalla lentezza del discorso. Anche qui, la legge culturale, sociale, algoritmica e mononeuronale, non legge, ma reagisce in modo pavloviano, come fanno i criceti nella gabbia.

Questa separazione tra immagine e contenuto genera un ambiente comunicativo pericolosamente superficiale, dove tutto è “ciò che sembra” e nulla ha più tempo di essere approfondito. È il trionfo dell’apparenza sganciata dal senso. Ed è, soprattutto, la morte della complessità. Se un’immagine non può più contenere dissenso, ambiguità o provocazione simbolica senza essere trattata come “violazione”, allora ciò che si sta censurando non è l’immagine in sé, ma la possibilità del pensiero critico che essa veicola.

La censura, oggi, raramente si presenta con i tratti brutali e diretti della repressione ideologica. È più sottile, più diffusa, e spesso mascherata da “moderazione”, “sensibilità”, “linee guida”. Ma proprio per questo è più insidiosa: perché si traveste da neutralità. In realtà, ciò che censura non è solo il contenuto ritenuto “offensivo”, ma la possibilità stessa del fraintendimento produttivo , quella zona grigia dove la mente si ferma, si interroga, mette in discussione ciò che pensava di sapere.

Per questo, oggi più che mai, è urgente ricucire il rapporto tra immagine e parola, tra gesto e interpretazione, tra segno e senso. Restituire all’immagine il suo potere ambivalente, simbolico, critico, e al lettore il dovere di leggere. Perché quando il censore della domenica non legge, quando l’algoritmo non sa interpretare, quando lo spettatore non vuole andare oltre il primo sguardo, non solo viene punita un’immagine, ma viene disattivata la democrazia.

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Libri Mary Blindflowers

Thinking Man Editore

DESTRUTTURALISMO Punti salienti