Acquerelli per solo ricchi?

Acquerelli per solo ricchi?

Il post-atomico, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©

 

 

Acquerelli per solo ricchi?

Mary Blindflowers©

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Nel fervido mondo dell’arte contemporanea e amatoriale, aleggia una convinzione tanto diffusa quanto fallace: che per ottenere risultati di qualità sia necessario usare materiali costosi, meglio se artigianali, rari, fatti a mano da persone con grembiuli in lino grezzo e una connessione spirituale e lunare con il pigmento che ti fanno pagare come se ti vendessero oro.
Il mondo dell’acquerello, in particolare, sembra essere stato colonizzato da questa ideologia del “meglio è più caro”, secondo la quale solo con pennelli a pelo di unicorno tibetano, carta 100% cotone pressata a mano da monaci zen, acquerelli in godet placcati oro, pigmenti possibilmente estratti da sostanze misteriose perdute nel Sahara o in Italia, che fa tanta tendenza, si possa fare arte. Ma è davvero così?
Eppure la storia dimostra che la pittura è una questione di talento, non di scontrino.
Prendiamo, per cominciare, Vincent van Gogh, artista che oggi si vende a cifre da capogiro, ma che ai suoi tempi dipingeva in uno stato economico disperato. Usava colori industriali, a basso costo, e tele di seconda qualità. Alcuni dei suoi pigmenti — come i rossi al cromo — hanno addirittura perso brillantezza con il tempo. Eppure, nessuno si azzarderebbe a definire “difettosa” una Notte stellata o un Campo di grano con corvi (Van Gogh, Lettere a Theo, 1880–1890). Il valore dell’opera è tutto nel gesto, nell’emozione, nella struttura visiva, nell’invenzione di un nuovo stile. Il materiale? Un dettaglio tecnico.
Lo stesso vale per John Singer Sargent, famoso acquerellista. Nei suoi schizzi da viaggio e nei suoi studi en plein air, utilizzava carta da acquerello robusta ma non costosa e colori spesso da campo, portati in cassette di latta. Eppure, con due colpi di pennello riusciva a dipingere una figura in movimento o a evocare il riflesso dell’acqua su una parete di marmo. Il suo talento era tecnico, ma anche sintetico: non gli serviva il pigmento più raro al mondo per far vibrare la luce su un foglio (Fairbrother, 1994).
Un altro maestro della pittura figurativa e dell’acquerello fu Winslow Homer, la cui opera è un esempio perfetto di potenza visiva ottenuta con mezzi essenziali. La sua palette era sobria, i suoi materiali mai protagonisti. La forza della sua arte risiede nella composizione, nella resa atmosferica, nella capacità di raccontare con pochi elementi. Nessuna necessità di colori che “respirano con la carta” o di blu sintetici con storie da romanzo. Solo pittura, vera.

E che dire di Andrew Wyeth, autore silenzioso e potente, i cui acquerelli e tempere su carta o su masonite raccontano l’America rurale con una sensibilità squisita. Wyeth lavorava con mezzi tradizionali, se non addirittura spartani: carta buona, certo, ma nulla che oggi farebbe impazzire le community social di illustratori. I suoi toni smorzati, la sua disciplina tecnica, la sua attenzione ai dettagli non dipendevano da alcuna alchimia materiale, ma da anni di osservazione, studio e dedizione (Meryman, 1996).
La verità, dunque, è imbarazzante per chi ha appena speso 300 euro per una palette artigianale: il materiale di lusso è superfluo, a volte addirittura una distrazione. Un pigmento eccezionale non farà miracoli se l’artista non ha una chiara consapevolezza della luce, del valore tonale, della composizione. E, al contrario, una mente e una mano ben allenate possono cavare meraviglie anche da un set di colori da studenti.
Certo, questo non è un invito a usare carta da stampante e pennelli spelacchiati. I buoni materiali servono, eccome. Ma si parla di buoni, non lussuosi. Un’acquerellista esperta saprà far funzionare un set di qualità media (Winsor & Newton, Schminke, Rosa Gallery) quanto uno fatto a mano, se non meglio. Oltre un certo livello, ciò che cambia non è il risultato, ma solo la percezione di sé mentre si dipinge — ed è proprio su questo che fa leva il marketing.
Il problema diventa serio quando il costo del materiale sostituisce lo studio. Invece di esercitarsi sul chiaroscuro, si collezionano tinte esotiche. Invece di disegnare tutti i giorni, si confrontano i godet sui forum. L’illusione è che basti “avere il materiale giusto” per diventare bravi. Ma la verità è che nessun pigmento può sostituire una settimana di disegno dal vero.
Come scrive Roland Barthes parlando dei miti del consumo, gli oggetti diventano feticci quando vengono caricati di un significato che va oltre la loro funzione. Non sono più strumenti, ma simboli (Barthes, Mythologies, 1957). In questo senso, il pigmento pregiato non serve a dipingere meglio, ma a sentirsi “più artisti”. Il problema è che questa sensazione dura fino al primo errore prospettico.
L’artista vero lavora con ciò che ha, non con ciò che vorrebbe avere. Lo sa da sempre, e ce lo ricorda ogni volta che vediamo un’acquerello di Homer, un ritratto di Sargent, una finestra dipinta da Wyeth. Ogni pennellata è un atto di scelta, di misura, di controllo, non di consumo. E proprio per questo, la pittura, resta una delle poche cose che non si possono comprare né sui social né sul mercato riservato alla sola upper class. 

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Libri Mary Blindflowers

Thinking Man Editore

DESTRUTTURALISMO Punti salienti