
Ungaretti-Quasimodo contro Arminio
Mary Blindflowers
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La definizione di poesia è oggetto di un dibattito teorico che percorre in lungo e in largo l’intera storia della letteratura. La poesia non dovrebbe avere soltanto una funzione comunicativa esplicita, ma ritmo, densità e soprattutto costruzione di immagini-simbolo che conducano ad un certo grado di polisemanticità, in modo che il significato si fonda e si stemperi felicemente con la sensazione. All’interno di questo orizzonte ideale, la poesia del Novecento italiano, soprattutto nella stagione ermetica, ha felicemente scelto un effetto di meravigliosa condensazione semantica atta ad intensificare il senso del discorso poetico. Il confronto con alcune tendenze contemporanee consente di interrogare il rapporto tra densità figurativa, struttura testuale e capacità di creare profondità.
Un grande poeta raramente esplicita in via diretta la sua tesi, te la fa sentire attraverso le immagini, basti pensare a Le fronde dei salici di Quasimodo o a San Martino del Carso di Ungaretti. Il falso poeta, Franco Arminio, per esempio, dice solo quello che dice e lo fa pure male. Va bene per i social, non per la poesia. Franco Arminio è un non-poeta social, una falsa icona del nostro tempo costruita sulla visibilità anziché sul talento. Ma confrontiamo alcuni versi tra loro.
Quasimodo:
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?…
Ungaretti:
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto…
Arminio:
Non pensiamo alla guerra, pensiamo
alla pelle della donna e dell’uomo.
I seni sono belli, non i missili, è bello
togliersi le scarpe, coricarsi insieme,
non dare altro fiato all’odio.
La musica è bella e le botteghe degli artigiani,
non l’uccello di metallo che vola nel cielo.
Un corpo nudo, caldo, contro le lame
che tagliano il cemento e il ferro.
Le arance, lo sperma invece che i generali
che uccidono da lontano
senza vedere i morti…
Atteniamoci nell’analisi al piano tecnico-poetico.
Ungaretti e Quasimodo parlano della guerra non dichiaratamente, si capisce il senso dei versi dall’organizzazione simbolica delle immagini. C’è profondità e densità figurativa. I versi sono brevi, spesso nominali con l’eliminazione di tutto ciò che potrebbe risultare superfluo dal punto di vista della narrazione. Le immagini sono polivalenti. Il piede straniero sopra il cuore indica violenza esistenziale, umiliazione morale. Il brandello di muro evoca potentemente la distruzione fisica dentro una memoria spezzata. C’è tensione musicale e ritmo. L’enjambement crea un senso di dolorosa sospensione.
Il terzo testo presenta caratteristiche molto diverse. Ci troviamo davanti a una serie piuttosto infantile e aritmica di proposizioni esplicite: “la musica è bella… I seni sono belli… Non pensiamo alla guerra…” etc. Ah che meraviglia!
Il lessico è referenziale e non trasfigurato, manca la tensione tematica e si rileva l’assenza di metafore coerenti, è un elenchino del telefono, per intenderci, un poco fatto a casaccio. Gli elementi sono presentati nella loro funzione denotativa: corpo nudo, arance, sperma, botteghe, generali. La struttura è, inoltre, paratattica e argomentativa più che poetica. Sembra il discorsetto morale e incoerente di un bambino, con frasi mandate a capo, tanto per fare. E la stratificazione simbolica necessaria in ogni discorso poetico? Assente.
Quasimodo e Ungaretti trasformano l’oggetto in un simbolo carico di significati che mancano del tutto in Arminio, i cui balbettii possono andare bene nei social dove masse di gente che non ha mai aperto un libro, può bearsi del populismo opportunista da 4 soldi bucati che spinge questo pseudo-poeta quando ci sono notizie su una nuova guerra, a scrivere sulla guerra, quando c’è un terremoto, a scrivere su un terremoto, etc. Insomma, cavalca l’onda che il successo in alto ti fionda! La poesia sta decisamente altrove.
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