
Wilde e Poe, confronti
Mary Blindflowers
Dopo aver letto le opere complete di Edgar Allan Poe e Oscar Wilde, ho rilevato molte differenze nell’approccio dei due autori al problema coloniale. Questo articolo presta particolare attenzione a The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket e The Journal of Julius Rodman per Poe, e a The Picture of Dorian Gray e Salomé per Wilde. Attraverso l’analisi di passi testuali e il confronto tra i due autori, emerge come la narrativa di Poe ricalchi spesso un linguaggio classificatorio e gerarchico tipico del discorso coloniale ottocentesco, mentre Wilde sviluppa una concezione dell’alterità più legata alla dimensione estetica e psicologica, nonché critica nei confronti delle strutture sociali della propria epoca.
La letteratura del XIX secolo comprendeva narrazioni di viaggio, diari di esplorazione e racconti di frontiera che contribuirono non poco alla formazione di un immaginario fittizio in cui l’uomo bianco era descritto come “civilizzato”, mentre tutti gli altri erano “selvaggi”. In questo contesto si collocano opere come The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket (1838) e The Journal of Julius Rodman (1840) di Edgar Allan Poe, che imitano deliberatamente la forma dei resoconti esplorativi e pseudo-scientifici dell’epoca. In questi racconti, sicuramente non tra i migliori di Poe, l’osservatore occidentale assume il ruolo di soggetto superiore che descrive e classifica i popoli incontrati, spesso secondo criteri estetici e fisici derivati da parametri culturali europei:
The Sioux generally are an ugly ill-made race, their limbs being much too small for the trunk, according to our ideas of the human form — their cheek bones are high, and their eyes protruding and dull. The heads of the men are shaved, with the exception of a small spot on the crown, whence a long tuft is permitted to fall in plaits upon the shoulders; this tuft is an object of scrupulous care, but is now and then cut off, upon an occasion of grief or solemnity. A full dressed Sioux chief presents a striking appearance. The whole surface of the body is painted with grease and coal.
I Sioux sono generalmente una razza brutta e malformata; le loro membra sono troppo piccole rispetto al tronco, secondo la nostra idea della forma umana. Gli zigomi sono alti e gli occhi sporgenti e spenti. Le teste degli uomini sono rasate, ad eccezione di una piccola zona sulla sommità del capo, da cui è lasciato cadere un lungo ciuffo intrecciato che scende sulle spalle; questo ciuffo è oggetto di grande cura, ma viene talvolta tagliato in occasione di lutto o di qualche solennità. Un capo Sioux in abito completo presenta un aspetto impressionante. Tutta la superficie del corpo è dipinta con grasso e carbone. (The Journal of Julius Rodman).
Il termine “race” e il giudizio estetico negativo riflettono il linguaggio classificatorio che caratterizzava gran parte dell’antropologia e della narrativa di esplorazione ottocentesca.
Un ulteriore passo dello stesso testo mette in luce la relazione tra tecnologia e potere. Il narratore osserva infatti che:
The savages had no fire arms which we could discover, except an old carabine carried by one of the chiefs; and their arrows would not prove very effective weapons when employed at so great a distance as that now between us. In regard to their number, we did not care much for that. Their position was one which would expose them to the full sweep of our cannon.
I selvaggi non avevano armi da fuoco, per quanto potevamo vedere, eccetto una vecchia carabina portata da uno dei capi; e le loro frecce non si sarebbero rivelate armi molto efficaci se usate a una distanza così grande come quella che ora ci separava. Quanto al loro numero, non ce ne preoccupavamo molto. La loro posizione li avrebbe esposti completamente al tiro delle nostre cannonate.
In questo caso il lessico utilizzato — in particolare il termine “savages” — evidenzia chiaramente il paradigma coloniale della narrazione. La superiorità tecnologica, rappresentata dalle armi da fuoco e dall’artiglieria, diventa metafora della superiorità culturale e politica attribuita all’Occidente:
Tuttavia, la narrativa di Poe non si limita a riprodurre passivamente il discorso coloniale del suo tempo. In The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket, ad esempio, il viaggio verso le regioni antartiche culmina in una visione enigmatica dominata dal bianco assoluto, che assume una valenza inquietante e destabilizzante nell’ultimo capitolo. L’ignoto non viene conquistato, ma produce una crisi dell’identità del protagonista e delle certezze epistemologiche dell’esploratore occidentale. In questo senso Poe radicalizza il paradigma dell’esplorazione fino a trasformarlo in un’esperienza di dissoluzione e smarrimento, di cui parlerò in un prossimo articolo.
Passando a Wilde, nella tarda epoca vittoriana, in The Picture of Dorian Gray l’estraneità non è data da popolazioni lontane o territori inesplorati, ma dalla scissione interna dell’individuo. Il ritratto che invecchia e si corrompe al posto del protagonista diventa la manifestazione visibile di un’altra dimensione dell’io, trasformando l’alterità in una questione psicologica e morale piuttosto che etnografica.
Anche nel dramma Salomé l’ambientazione orientale non viene utilizzata per stabilire una gerarchia culturale tra Occidente e Oriente. L’esotico assume piuttosto una funzione estetico-simbolica: l’Oriente diventa lo spazio di una teatralità decadente dominata dal desiderio, dalla violenza e dalla bellezza. L’alterità non è oggetto di classificazione o di giudizio antropologico o morale, ma parte di un estetismo denso di significati e che mette in discussione le norme sociali della bigotta cultura vittoriana.
Alla luce di questo confronto, pur riconoscendo la complessità simbolica e l’importanza letteraria dell’opera di Poe, la produzione di Wilde appare più aperta e meno vincolata alle categorie gerarchiche che caratterizzavano gran parte del discorso coloniale ottocentesco. Wilde anticipa una sensibilità moderna nella quale l’alterità non è più definita attraverso una scala di superiorità culturale o razziale, ma attraverso la consapevolezza della pluralità e dell’instabilità delle identità umane.