
Crisi, editoria, manuali Hoepli
Giuseppe Ioppolo
Per Pasqua e per Natale eravamo soliti andare dai nonni materni, che abitavano in un villaggio alla periferia di Messina. Era un grande viaggio a tutti gli effetti. Si partiva la mattina all’alba, prima ancora che spuntasse il sole, per arrivare a destinazione intorno alle 10–11. Prendevamo solitamente più mezzi per raggiungere l’agognata meta. Il primo erano i piedi sormontati dalle gambette. Questo mezzo rudimentale, quanto atavico, ci consentiva di raggiungere, dopo avere sgambettato per alcuni chilometri, la corriera: così chiamavamo una specie di autobus che ci avrebbe portato alla stazione ferroviaria di Brolo-Ficarra.
Qui avremmo atteso il primo treno, solitamente un accelerato, che dopo alcune ore di sferragliamenti e lunghissime attese per gli scambi obbligati dal binario unico, ci consegnava alla grande città di Messina. Grande, intanto, per la stazione. Non più qualche arrugginito binario, ma tanti, tantissimi binari che scorrono l’uno accanto all’altro, si intersecano, disegnando una sorta di vertiginoso, pulsante labirinto di immagini e forme. E poi c’era la stazione vera: la grande sala d’attesa, le panchine, le biglietterie, i carrelli che movimentavano un’infinità di oggetti e merci, i bar dai quali emanavano odori misteriosi intrisi di fragranze mistiche, un via vai di persone – alcune col giornale in mano, altre ferme a guardare le edicole.
Già, le edicole. Ricche di giornali e libri. Una marea di libri. Ero ancora troppo piccolo, cinque o sei anni, per capire che tipologia di libri trattassero. Allora non sapevo distinguere nulla: vedevo solo colori, titoli, un mondo che mi chiamava senza spiegarsi. Non capivo se avessero un senso, una logica attraverso cui si rappresentava un mondo, o fossero soltanto il risultato di incontri casuali dettati dalla vita di una stazione ferroviaria ancora pullulante della gente più varia. Dal professionista che con la sua valigetta raggiungeva l’università, l’ospedale, il tribunale, al pataccaro che, con la sua arte imparata in strada, tentava di appenderti l’orologio di vero finto oro, destinato a fermarsi irrimediabilmente dopo 24 ore, con il compare allato che prendeva fintamente le difese del malcapitato pollo da spennare.
Più tardi, da adolescente, avrei rivisto la stazione di Messina con altri occhi: quelli dello studente che si affaccia agli studi liceali e che comincia a indagare sui libri esposti. Vuole vedere come sono fatti, che argomenti trattano, se gli possono essere d’aiuto, al di là della frustrazione di scoprirsi con pochi spiccioli in tasca, una realtà che ovviamente contrasta con le sue intenzioni.
Poi vengono i viaggi oltre lo Stretto. La stazione Termini di Roma ospita librerie grandissime… ci si perde dentro. E così la Centrale di Milano. Le edicole espongono giornali, tanti giornali, e anche tanti libri. Immancabili quelli editi da Mondadori, Rusconi, Feltrinelli, Einaudi, Laterza, Editori Riuniti. Quasi mai mancano i libri della Hoepli, che a differenza degli altri sembra specializzata nel fornire manuali tecnico-scientifici.
Oggi, nelle stazioni, le edicole sembrano scomparse, e con le edicole i libri.
Avverto acuti piagnistei sulla Hoepli che chiude i battenti… Gli autori che innalzano al cielo strilli lamentosi sono gli stessi che nulla hanno fatto se non aggravare la crisi dell’editoria e del libro. La Hoepli chiude ma, vivaddio, il suo prodotto principale – la manualistica – ai tempi in cui le informazioni corrono veloci sul web è ancora un prodotto spendibile? Molto probabilmente sì. Perché le informazioni sul web corrono sì veloci… ma il passo dei potenziali utenti non è sempre commisurato alla velocità del web. E forse un qualche rallentamento potrebbe perfino essere salutare.
Però questi malmostosi mi dovrebbero spiegare perché, in un mondo che corre così veloce, le uniche case editrici ad essere agevolate dai finanziamenti pubblici sono quelle legate all’editoria scolastica. È ben strano il nostro Paese. Mette pochi soldi nella scuola e quelli che mette sono malmessi. Un’antologia scolastica, che ai solerti genitori costa non meno di 30-40 euro, ha un valore di mercato – ad essere larghi – di non più di 3-4 euro. Il reale costo del libro è così moltiplicato per dieci. Che fine fanno queste ricariche?
Il libro non è un prodotto deperibile, o quanto meno non lo è da un anno all’altro. E i libri scolastici, con minimi aggiornamenti, possono essere venduti per decenni. Chi ci guadagna da queste pesanti e obbrobriose ricariche? Non certo i librai, ai quali – andando bene – va il 10–11% del costo del libro. Restano editori e distributori. Vogliamo fare una scommessa?
Grossi editori e distributori appartengono a una ben selezionata stirpe di faccendieri foraggiati e protetti dalla politica. E così i soldi pubblici dati a sostegno delle famiglie vengono incamerati sempre dagli stessi. Che poi piangono se l’editoria – quella che rischia in proprio – è costretta a chiudere i battenti.
E intanto, nelle stazioni, le edicole scompaiono. Spariscono silenziosamente, come se non fossero mai esistite. E con loro svanisce quel primo stupore infantile: i colori, i titoli, il richiamo muto dei libri che non sapevo ancora leggere ma che già mi promettevano un mondo. Oggi, al loro posto, restano vetrine vuote, serrande abbassate o l’imperversare di fast food dove il cattivo gusto e il cibo-spazzatura la fanno da padroni. Evidentemente, nelle nuove – e tuttavia sempre vecchie – proposte culturali, non c’è posto per i libri, per la lettura attenta, per il pensiero critico. Solo qualcosa per riempire il sacco intestinale; per il cervello, invece, qualche pillola di propaganda ben assortita e immediatamente digerita. Le buone letture potrebbero risvegliare i cervelli assopiti, e allora comincerebbero i guai.
Forse è questo il vero lutto: non la chiusura di una casa editrice, ma la perdita di quei luoghi in cui, senza saperlo, abbiamo imparato a desiderare i libri. E a diventare non semplicemente lettori, ma lettori critici.