
Editoria e molta castroneria
Mary Blindflowers & Giuseppe Ioppolo
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In un articoletto intitolato Dieci libri di storia, critica o teoria della letteratura veramente indispensabili per chi voglia scrivere, pubblicato online in Bottega di narrazione, Giulio Mozzi mette al primo posto Auerbach, ma ecco una sua perla:
1 Erich Auerbach, «Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale», Einaudi. Semplicemente il più bel libro che sia mai stato scritto sulla letteratura occidentale – e quindi, essendo il concetto di «letteratura» sommamente occidentale, il più bel libro in assoluto che sia mai stato scritto sulla letteratura. Non è neanche tanto difficile: procede per brevi citazioni da opere letterarie e cordialissimi, estesi commenti. Insegna a leggere, e scusate se è poco. Può sembrare leggermente noioso nelle parti dedicate alla letteratura medievale – ma perché quasi tutta la letteratura medievale è ormai, per un lettore d’oggi, noiosa: forse, ahimè, irrimediabilmente.
Qui abbiamo toni apodittici e dogmatici, spinti all’apologia acritica più sfrenata o franata, fate voi, possibile: “il più bel libro che sia mai stato scritto sulla letteratura occidentale”, e fin qua si limita ad adottare i toni della propaganda. In sintesi è essenzialmente un giudizio estetico soggettivo e non una tesi dimostrabile, quindi lascia il tempo che trova. Quante volte avete sentito “il migliore”, “il più grande”? Sono frasette fatte che abbondano nella comunicazione social, tipiche della pubblicità a tappeto. Devono convincerci con lo slogan. Poi precisa che l’editore deve essere Einaudi, ma non mette anno, edizione, traduttore, macché! Bel modo di fare riferimenti bibliografici, complimenti! Allo scrivente interessa nominare il grosso editore, quello sì che è importante!
Subito dopo afferma una cosa gravissima per un intellettuale: “essendo il concetto di letteratura sommamente occidentale”. Come? Abbiamo sentito bene? La letteratura nasce e muore in Occidente? Davvero? E quindi dove la mettiamo la letteratura cinese? Il Classico dei Documenti o le poesie di Li Bai e Du Fu? Il Libro del Diamante? Lo vogliamo buttare via? Tra l’altro è stato il primo libro al mondo, perché i caratteri mobili li hanno inventati i cinesi quattrocento anni prima di Gutenberg. Che dire della letteratura indiana: opere come i Veda, il Mahabharata e il Ramayana combinano narrazione epica, riflessione filosofica e valori culturali, svolgendo funzioni letterarie complesse. La letteratura araba? Le Mille e una notte e la poesia preislamica hanno strutture narrative e stilistiche avanzate, con una tradizione critica interna molto sviluppata. Boccaccio ha ampiamente imitato gli schemi de Le Mille e una notte nella costruzione della sua opera. Vogliamo dimenticare le tradizioni orali africane e amerindie? Pur non essendo sempre scritte, le storie tramandate oralmente rispettano criteri di stile, trama, caratterizzazione e significato culturale comparabili a quelli della letteratura scritta.
Quindi, sostenere che la “letteratura” sia un concetto puramente occidentale è sintomo di grande ignoranza: ignora infatti la ricchezza e la complessità delle tradizioni letterarie non europee. La letteratura è un fenomeno universale, con forme diverse a seconda dei contesti culturali e storici, non di certo appannaggio del solo Occidente.
Auerbach si occupa soprattutto della tradizione occidentale, perché quello è l’oggetto specifico del suo studio. Tuttavia, questo non equivale a dire che la cultura sia solo occidentale o che altre tradizioni non abbiano valore: semplicemente il suo ambito di ricerca era circoscritto. In Mimesis studia la rappresentazione della realtà nella letteratura occidentale: questo è l’oggetto del libro, dichiarato fin dal sottotitolo. Non è un’affermazione esclusiva o gerarchica sulla cultura in generale, ma una delimitazione del campo d’indagine.
Mozzi dice che Auerbach insegna a leggere, ma non ha saputo leggerlo. Elogia il metodo di Auerbach, fatto di citazioni e commento filologico. Tuttavia questo approccio non è l’unico modo efficace di studiare la letteratura. Altre tradizioni critiche – strutturalismo, narratologia, critica storico-comparata, teoria post-coloniale – offrono strumenti analitici differenti e spesso molto più efficaci e sistematici. Dire che il libro “insegna a leggere” è discutibile: Mimesis presuppone una notevole competenza filologica, conoscenza delle lingue e familiarità con testi classici. Non è affatto un’opera pedagogica per il lettore medio.
Ma dulcis in fundo, la valutazione sulla letteratura medievale, che sarebbe noiosa per un lettore moderno, è forse la parte del suo microdiscorsetto che fa più ridere in assoluto.
Il Decameron è infatti divertentissimo per chi sa leggere. Le Canterbury Tales anche; idem il Roman de Renart e, se vogliamo qualcosa di più leggero, ecco i fabliaux.
L’unico a essere noioso è chi ci offre questi giudizi pensando di essere Dio, un dio spodestato ormai che si ricorda dei vecchi fasti e pronuncia giudizi nefasti.
E Dante? Lo buttiamo via?
Auerbach non dice mai che la letteratura medievale è noiosa. Al contrario, in Mimesis il Medioevo è un passaggio fondamentale. Il capitolo su Dante (“Farinata e Cavalcante”) è uno dei più celebri del libro, e lì Auerbach mostra come la Divina Commedia realizzi una potentissima rappresentazione della realtà, capace di unire stile elevato e personaggi storici concreti. Per Auerbach Dante è un momento decisivo nello sviluppo del realismo occidentale, in barba a Giulio Mozzi e alle sue microcastronerie.
Ma in fondo è un antico vizio di molta cultura europea in quasi tutti i campi del sapere, quello di denigrare la letteratura non europea o di definire il Medioevo “un secolo buio”.
Jung, parlando dei popoli africani, li descrive, almeno a livello psicologico, come popoli primitivi, paragonabili quasi alle scimmie (secondo gli estimatori della psicoanalisi junghiana la sua constatazione si svolge soltanto sul piano degli archetipi e dello studio dei simboli e nulla avrebbe a che vedere con il valore umano; ma spostare la constatazione simbolica sul piano del giudizio valoriale è evenienza estremamente facile, e secoli di becero razzismo stanno lì a dimostrarcelo). Il filosofo Edmund Husserl, nella famosa Conferenza di Vienna del 1935, asserì espressamente che la filosofia è nata in Grecia e che prima e fuori dalla Grecia non ci sono mai stati “filosofia” né “pensiero filosofico”. La conferenza venne tenuta per un uditorio selezionato che, dopo circa due ore, esplose in un’ovazione chiedendo, cosa ancora più straordinaria, il bis!
La procedura è in fondo assai semplice e alquanto rozza: costruiamo delle categorie – quelle del pensiero europocentrico – e queste, seguendo le nostre pretese, dovrebbero imbrigliare il mondo. Siccome il mondo è molto più vario e complesso delle categorie che ci siamo dati, definiamo barbaro, primitivo o altro ancora tutto quello che resta fuori dalla nostra abitudine.
Il fatto grave non è soltanto che dai tempi di Jung e Husserl sia passato un bel po’ di tempo, ma che Giulio Mozzi fino a poco tempo fa selezionasse testi per Einaudi: quindi uno scrittore dovrebbe sottoporsi al giudizio di uno che pensa in termini esclusivisti ed europocentrici? Che credibilità può mai avere?
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