
Ghost writer, tecnica mista su tela Mary Blindflowers©
Scrittori che non scrivono
Mary Blindflowers©
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In principio era la parola. Ma non bastava saperla usare: per essere riconosciuti come autori, occorreva il nulla osta e il finanziamento del potere. Monarchi, mecenati, accademie, editori: la storia della scrittura è anche, e forse soprattutto, la storia della legittimazione o canonizzazione concessa o negata. Secoli di dediche ai potenti, nei libri antichi, non sono un’opinione, ma un fatto storico. E ancora oggi, nonostante le apparenze democratiche dell’editoria, questa logica servile e becera resiste in forme più sottili, più insidiose e ipocrite.
Oggi non serve più scrivere bene per essere definiti scrittori. Serve essere funzionali a un sistema: far affluire il pubblico agli eventi, garantire vendite, risultare fotogenici a una fiera del libro mainstream che esclude chi non fa parte del circolo amici, fare continua propaganda di partito fingendo di non avere nemmeno la tessera o di combattere contro la mafia. L’autorialità è diventata una patente di rappresentanza, non una conquista artistica. E mentre molti scrittori che non accetterebbero mai di far scrivere il proprio libro a un’altra persona, restano invisibili o relegati ai margini, il potere (editoriale, mediatico, economico) produce a getto continuo nuovi “autori” che di proprio hanno solo il cognome in copertina e la bella faccina da bip stampata in quarta.
Ed è qui che entra in scena la figura chiave di questo meraviglioso teatrino: l’autore che non scrive. Costui magari non conosce la differenza tra un gerundio e un participio passato, ma si presenta al pubblico come “voce di una generazione”. Racconta come ha “trovato il tempo per scrivere il libro” fra una serata in biblioteca e un volo per Dubai, omettendo che il libro, di cui si vanta di essere autore, è stato interamente scritto da un altro, il famigerato ghost writer, un professionista colto e frustrato, pagato come un correttore di bozze e trattato come un cameriere della parola.
Chi firma un’opera che non ha scritto non è un autore, è un usurpatore, un simulatore, un imitatore maldestro della nobiltà che solo la scrittura autentica conferisce. Il fatto che ciò avvenga sotto gli occhi delle case editrici, dei media, delle giurie dei premi letterari, rende tutto ancora più grottesco: il potere non solo legittima il falso, lo celebra, lo manda in tour, gli dedica recensioni, lo candida a premi importanti.
Intanto il ghost writer resta nell’ombra, com’è giusto che sia per contratto, ma resta anche negato nella sua funzione autoriale. Scrive, plasma, modella il linguaggio di un altro, eppure non può mai dire: “questo libro è mio”. È lo schiavo volontario del XXI secolo culturale: invisibile, silenzioso, sostituibile. E mentre il fantasma scrive, l’autore-fantoccio si prende i complimenti, gli inviti, i salotti, i salamelecchi, le interviste in cui con candore dichiara “quanto è stato faticoso scrivere il libro”, faticoso, certo, scegliere la foto da mettere in quarta di copertina.
La verità, cruda e semplice, è che chi non sa scrivere non dovrebbe essere definito autore. La scrittura è un mestiere e un’arte, e non si può improvvisare, né delegare. Si può raccontare una storia a voce, affidarla a un biografo, produrre un contenuto, ma scrivere è altro. Richiede forma, visione, ritmo, onestà intellettuale ed esperienza. Chi firma senza aver scritto, ruba. Non soldi, non parole, ruba un’identità culturale. Si appropria di un titolo che non gli appartiene, protetto da un sistema che premia la superficie e punisce la sostanza.
E allora il problema non è solo l’esistenza del ghost writer. Il problema è che il potere ha sempre scelto chi può essere scrittore. E oggi sceglie i più adatti a vendere e a sottomettersi, non i più capaci a scrivere. Così, in questo regime estetico dell’apparenza, la parola “autore” è diventata una maschera. E chi scrive davvero e non vuole rinunciare alla sua libertà? Dimenticatoio assicurato.
Se sulle copertine comparisse, in modo esplicito, la dicitura: “Libro scritto da un ghost writer”, accadrebbe qualcosa di dirompente. Un piccolo gesto tipografico avrebbe effetti culturali, economici e simbolici esplosivi, perché costringerebbe tutti, lettori, editori, autori-fantoccio, a guardare in faccia la finzione collettiva su cui si regge una buona parte del mercato editoriale che conta. Ma questa è fantascienza. L’inganno resta l’unica realtà possibile.
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti
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