
Ichnussa, tecnica mista su tela, Mary Blindflowers©
La Sardegna della Nato
Mary Blindflowers©
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Esiste un luogo in Europa in cui la guerra non si combatte, ma si prova; non si subisce, ma si ospita; non si dichiara, ma si simula con regolarità liturgica. Questo luogo si chiama Sardegna, regione autonoma a statuto speciale che ha il curioso primato di detenere circa il 60% delle servitù militari italiane, pur rappresentando appena il 6% del territorio nazionale. Un rapporto sproporzionato che, nella migliore delle ipotesi, richiama una certa ironia statistica; nella peggiore, una dinamica coloniale in cui il territorio insulare viene trattato come zona militare ad uso permanente. La Sardegna non è solo terra di pecore, nuraghi e spiagge cristalline, come piace raccontare nelle brochure turistiche o nei mielosi ed omissivi programmi del grande divo, figlio di divo, Alberto Angela: è soprattutto un grande laboratorio balistico al servizio della NATO, dello Stato Maggiore della Difesa e di tutti quei paesi amici (Stati Uniti in testa) che necessitano di uno spazio comodo, isolato e discretamente silenzioso per testare le loro tecnologie di distruzione, in un’epoca in cui la guerra sembra essere, per molti, ancora un valore.
Nell’antica Ichnussa, più che la quiete, colpisce la discrezione con cui esplodono missili che ogni tanto si disperdono in mare. Lo Stato italiano usa la Sardegna per le servitù militari con un’eleganza istituzionale davvero ammirevole nel grande teatro dell’omissione in pieno stile orwelliano. I poligoni di Quirra, Teulada e Capo Frasca, tra i più grandi d’Europa, coprono migliaia di ettari e altrettanti chilometri di mare, dove il principio del libero accesso si arrende al diritto del più armato, del più forte e di uno Stato assente e sordo alle esigenze dei sardi. Le esercitazioni NATO, italiane e alleate si susseguono da decenni, con una regolarità spaventosa. Tuttavia, l’effetto sulla popolazione locale viene descritto come minimo, marginale, trascurabile: per chi gestisce questi scenari, l’abitudine al rumore sostituisce ogni forma di dissenso. In Sardegna non c’è una guerra, ma si gioca alla guerra. Non ci sono nemici, ma bersagli. Non ci sono vittime immediate, ma ricadute sanitarie, ambientali ed economiche che vengono archiviate con pazienza ministeriale da solerti servi di regime sotto la voce “effetti collaterali non dimostrabili”. A Quirra, una delle aree più attive, numerose inchieste scientifiche e giornalistiche hanno documentato la presenza di metalli pesanti nel terreno, anomalie genetiche negli animali e un aumento statistico di linfomi e tumori nella popolazione residente. Ma anche qui, la risposta ufficiale tende al minimalismo: tutto rientra nei limiti, l’origine non è certa, le correlazioni non sono provate. Eppure la scienza dice il contrario, ma solo nei convegni che non fanno notizia e non turbano il buonismo da propinare in tv a telespettatori assopiti. Il concetto di sicurezza nazionale si impone come verità predefinita, intoccabile, e la Sardegna si trasforma così in una sorta di zona franca della democrazia, dove la sovranità è sospesa e la geografia adattata alle esigenze del Pentagono. Alcuni studiosi parlano di neocolonialismo interno, ma lo fanno con tono troppo sobrio per disturbare l’ordine delle cose.
D’altronde, l’Isola offre paesaggi spettacolari anche dai droni: falesie, macchia mediterranea, e bersagli mobili a tempo determinato, villaggi turistici per vacanze da sogno. Tutto molto bello.
In un Paese dove l’identità territoriale è celebrata con sagre e festival, quella sarda si misura anche con le traiettorie dei razzi. Non è esattamente folklore, ma di certo è tradizionale lo sfruttamento continuo a cui questa terra viene sottoposta. Poi tutti i “continentali” si meravigliano se i sardi non si sentono nemmeno italiani. Chissà come mai…
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti