Polvere di libri sacri

Polvere di libri sacri

Gabbie vuote, credit Mary Blindflowers©

 

Polvere di libri sacri

Mary Blindflowers©

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Curioso come la gente si scandalizzi se dici che hai buttato un libro per poi vantarsi di aver pasticciato quelli a cui era più affezionata, colpa dei cattivi maestri: “il libro non si butta ma si pasticcia”, invece io non lo pasticcio, al limite lo butto. Altra cattiva lezione, “compra libri anche se non li leggi”, che fa tanta cultura (che non hai), specialmente quelli dei grandi editori con cui pubblicava quello che ha scritto questa frase avallata poi dagli psicologi che dicono che avere tanti libri rilassa, psicologi che, ovviamente pubblicano con gli stessi editori di chi dice che dovete comprarne tanti, di libri, (i loro). E il cerchio o meglio il cappio, si chiude sul povero lettore inconsapevole che si sente colpevole se solo medita di buttare un Carofiglio, un triglio con un Volo dalla finestra, mantenendo la Fedez nel dio del mainstream e dello Strega che lo sega e lo obbliga a dire “drin drin, io leggo moltissimo, non sai quanto leggo, trilioni di libri, non ci capisco un tubo, ma leggo!”

Molti credono che possedere tanti libri renda più felici, più colti, più rilassati. È una credenza così diffusa che ormai si è trasformata in dogma da salotto: più scaffali hai, più sembri interessante e raffinato. Gli intellettualoidi raccomandati di regime ti spiegano che una libreria piena rilassa la mente, come se il benessere si potesse misurare sulla quantità di beni posseduti. Così l’ansia culturale si trasforma in arredo, e il lettore diventa collezionista compulsivo.

Eppure gli studi sulla psicologia ambientale dicono altro: il disordine, anche quando è letterario, pesa. Troppe copertine, troppi titoli non letti, troppi promemoria di ciò che “dovresti leggere” generano più stress che serenità. Il libro, da promessa di piacere, si trasforma in dovere, da compagno in giudice. La libreria satura non rappresenta la cultura, ma il suo fantasma impolverato. Polvere di sacri intoccabili libri.

A peggiorare la situazione c’è l’illusione della produttività culturale: l’idea che accumulare libri equivalga a pensare, che comprare un romanzo sia quasi come leggerlo. È una bugia elegante, ma sempre bugia. Le pile di volumi servono spesso solo a dimostrare di essere il tipo di persona che legge, anche se la sera si scrollano i social al posto del Tolstoj. Così il libro diventa un accessorio, un totem di identità intellettuale.

E se l’accumulo è il nuovo culto, il pasticcio ne è il rito. Si sottolinea, si annota, si disegna tra le righe con aria di grande coinvolgimento, come se il gesto bastasse a trasformare un pensiero in comprensione. Il pasticciare  un libro con demenziali note personali è stato nobilitato come segno di partecipazione e passione, ma spesso è solo ostentazione: più che leggere, si mette in scena la lettura. È la performance dell’intelletto, il maquillage della cultura, la rovina delle prime edizioni.

Poi, però, quando il libro non serve più, scatta il dramma morale: non si può buttare. Il lettore che ha decorato ogni pagina come un’icona votiva si sente colpevole anche solo a pensare di disfarsene. Perché “il libro è sacro”, dicono. Ma sacro per chi? Per la coscienza, la vanità, o il marketing che ci ha insegnato a venerarlo purché generato dal ventre di un grosso editore?

La contraddizione è evidente: si pasticcia per sentirsi liberi, si conserva per sentirsi giusti, e nel mezzo si vive intrappolati in un piccolo altare di carta. La colpa del non leggere si confonde con la colpa del buttare, e il risultato è lo stesso: ansia e isterismo collettivo. Uno mi ha addirittura dato della snob, tempo fa, perché ho detto di non voler pasticciare i libri che leggo! Avrei quasi tutta la biblioteca pasticciata, non mi sembra il caso!

Alla fine, dietro le buone intenzioni del “più libri = più cultura” si nasconde una gigantesca operazione estetica. La libreria serve a rassicurare l’ego, non la mente. È il modo più elegante di mentire a se stessi: chiamare cultura ciò che è solo accumulo, chiamare passione ciò che è solo collezionismo.

Così il lettore contemporaneo vive in un paradosso lucido e gentile: pasticcia ma non butta, compra libri mainstream che vanno di moda, ma non legge, mostra ma non ascolta. E mentre crede di arricchirsi, si riempie solo di carta e colpa. Il libro, da oggetto di libertà, è diventato un feticcio inerte. Non consola, non libera, non insegna: pesa, osserva, giudica. E alla fine, per rilassarsi, bisognerebbe fare il gesto più scandaloso di tutti: buttarne uno o più di uno, uno di quelli che non valgono un’acca, tipo le biografie dei vari personaggi noti, le poesie di Arminio, di Pelliccioli o Nove che di certo non arriva al dieci ma nemmeno al due. Sarebbe un buon inizio per arieggiare casa. Magari anche guardarsi attorno e cercare libri validi non allineati al monopolio Mondadori- Feltrinelli, potrebbe essere un modo per esaltare la propria intelligenza, abbandonando al vento le penne di pappagallo e le opzioni modaiole delle galline ovaiole da batteria.

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DESTRUTTURALISMO Punti salienti

Libri Mary Blindflowers