
Veleno per divisti, mixed media on canvas, Mary Blindflowers©
Fedez, successi, lacrime e vuoto
Michele Lamon©
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Il libro di Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, “L’acqua è più profonda di come sembra da sopra” (Mondadori), ha sollevato un’ondata di costernazione un po’ più alta del solito tra le fila degli amanti delle belle lettere. A quanto pare non ci si è ancora del tutto assuefatti alle uscite, presso le case editrici maggiori, dei volumi autobiografici di personaggi illetterati ma di successo.
Fedez, in questo picco di disappunto, trova ennesima conferma della sua grande incisività mediatica.
Le duecento pagine scarse del volume vanno a costituire una raccolta di memorie; di memorie corte, sia per motivi anagrafici, dato che la quantità di vissuto accumulata dal nostro è ancora piuttosto limitata (beato lui), sia perché la memoria corta è uno degli strumenti dell’edulcorazione dei fatti, e tutti sappiamo che quando si scrive di sé la verità non è l’obiettivo principe.
Certo, un Elias Canetti, essendo del mestiere e avendo vissuto la vita che ha vissuto, ci lascia dei testi autobiografici di qualità indiscutibile, documentaria e letteraria, ma sia il Canetti che il Lucia (e chiunque altro) si allontanano dal retto sentiero della cronaca tutte le volte che lo ritengono profittevole.
Non sarebbe dunque onesto sollevare questioni di veridicità per “L’acqua è più profonda di come sembra da sopra“. Del resto ce lo ribadisce l’autore stesso: “Perché mentire, a volte, è l’unico modo per sopravvivere“; “Perché solo nelle canzoni non riesco a mentire“. Né è il caso di sfoderare gabole filosofiche quali il paradosso del mentitore. Fedez è tanto filosofo quanto musicista.
Non si pongono nemmeno questioni di valore letterario, un parametro semplicemente assente, se si eccettuano le rime in stile rap che sembrano scaturire spontanee nel prologo. Ma forse è meglio non eccettuare proprio.
Questo libro è un prodotto industriale ed è dunque stato scritto con la collaborazione di uno staff editoriale. Ma ciò non induca a sottostimare l’apporto di prima mano di Fedez. Fedez dà l’impressione di avere un buon dominio sia della lingua che della consequenzialità dei concetti. Se possiede in tal senso un talento innato, e probabilmente è così, ha anche avuto modo di allenarlo fin dall’adolescenza nelle arene del freestyle. Dover pensare velocemente delle frasi in metrica che offendessero creativamente la madre del suo avversario di microfono ha strutturato le sue facoltà linguistiche e logiche: perché no? Gli stessi anni impiegati in buone letture darebbero risultati molto maggiori, ma è una via che non risulta congeniale a tutti.
L’italiano che troviamo in “L’acqua è più profonda…” è essenziale e funzionale. Qualche ineleganza sintattica qua e là, a mo’ di vezzo. Non compaiono velleitari virtuosismi (tranne nel passo “C’è stato un momento felice in cui il peso specifico degli elementi di conflitto non sovrastava la complementarità sinergica che avevamo tra noi“, che, a trovarselo improvvisamente davanti, genera un certo effetto comico), non ci sono frasi dal significato oscuro, non ci sono volontari sottotesti.
Lo stile è quello dell’epica da periferia metropolitana: facili frasi a effetto (“puoi trasformare la merda in musica“; “con il panico appiccicato al cuore“; “vomito inchiostro” si incontrano nel giro di un paio di pagine), paratassi spinta quando serve enfasi (e a quanto pare serve spesso), disinvolto uso di termini scurrili.
Tanta basicità di lingua e stile ha un effetto controproducente: mette in risalto le incoerenze, le affermazioni contraddittorie, i non-sense che costellano una narrazione apparentemente secca e diretta, fallacie argomentative che confermano il difetto di veridicità di cui sopra.
Ciò che più abbonda nel libro restano comunque le omissioni. Per avere un quadro completo del fenomeno Fedez dovremo attendere dei volenterosi biografi che consultino e incrocino ulteriori fonti, peraltro disponibili in abbondanza.
Fa specie, ad esempio, il punto di svolta, la scintilla d’innesco della leggenda. Prima vediamo un ragazzo disadattato che lavora nel bar dei genitori e sputa nei caffè dei clienti. Poi, nel giro di poche righe, eccolo rapper che con il primo brano autoprodotto manda in sovraccarico i server di YouTube e si avvia a diventare imprenditore di spiccati acume e inventiva.
In queste poche righe cruciali si nomina un’amica ebrea della madre della fidanzata di allora del nostro, che avrebbe dato ai piccioncini un locale commerciale in comodato d’uso. Tutto qua.
Fa specie perché è uno schema ricorrente, come la fola del ragazzino che progetta un calcolatore nel garage di casa e diventa titolare di un impero informatico planetario; o del ragazzino che gira filmini con una cinepresina e gli amichetti e poi diventa Spielberg. Dobbiamo farcene una ragione, esistono i tycoon a molla. Certi tizi a un certo punto scendono dal loro motorino scassato e salgono su un razzo sbucato lì per lì.
Un altro particolare che resta impresso (anche perché gli elementi di interesse non sono così numerosi), è l’uso neutro, scevro da intenti denigratori, del termine “complottista”. Per Fedez è un atteggiamento legittimo come altri, un modo di pensare. Lo attribuisce, ad esempio, a Casaleggio, con cui ha avuto non sporadici rapporti e per il quale esprime ammirazione, paragonandolo a un Musk nostrano. Anche destra e sinistra vengono distinti in base a criteri utilitaristici, senza toccare la sfera dell’ideologia o dell’idealismo.
Rimanendo in ambito di rapporti con la politica e i politici (ne vengono citati alcuni) Federico Leonardo Lucia ci conferma, da un punto di vista oggettivamente privilegiato, che “Il vero potere non risiede nei palazzi della politica […] ho assistito in prima persona al manifestarsi di questo potere nascosto […] questi poteri occulti hanno volti, sono persone concrete, con due braccia e due gambe, non qualcosa di astratto”.
Gettando uno sguardo generale sul testo, si possono rilevare due caratteristiche onnipresenti. Una è l’autoassoluzione, la deresponsabilizzazione per qualunque evento negativo. Più volte si avocano a tale scopo amnesia e stato psichico alterato dalla depressione, dalle droghe o dai farmaci assunti in sovradosaggio (causa errata prescrizione, naturalmente). In alternativa si adotta l’ammissione farlocca, cioè l’ammissione alla quale non segue alcun pentimento né cambio di condotta. Ricorrono inoltre i “non ho cominciato io”, “io me ne stavo in disparte”, “io non c’entravo nulla”.
In questo perenne assolvere se stesso Fedez è totalmente conforme a una tendenza diffusissima, una delle piaghe psico-sociali innescate dai genitori post-sessantottini (e alimentate dai cattivi esempi, appunto).
Insieme alla costante professione di innocenza e inconsapevolezza viene insistentemente tratteggiata un’immagine di sé come di vittima, di preso a calci dalla vita, di tradito, financo di perdente.
La parte che lascia perplessi è che queste grida di dolore esistenziale provengono da un superattico in centro a Milano.
Grida di dolore però non è l’espressione più corretta. Sempre aderendo agli usi attuali, Fedez preferisce piangere. La drammaturgia della ghiandola lacrimale maschile, altro fenomeno sociale piuttosto recente, meriterebbe una disquisizione a parte.
L’altro elemento generale, il più permeante di tutti, è il senso di desolazione. “L’acqua è più profonda di come sembra da sopra” ci restituisce il ritratto di un individuo senza dubbio promettente nei suoi anni di formazione, ma al quale si è bloccato lo sviluppo e, ad onta di figli generati e decadi vissute, continua a vedere intorno a sé un mondo fatto di risse come quella “bellissima” alla Capannina, di vendette meditate e realizzate, di smania di denaro come se ancora si trattasse dei soldi per mangiare, di balle da raccontare per uscire pulito da accadimenti e da condotte poco edificanti.
Naturalmente tutto questo immaginario da quartiere degradato si defila quando ci sono le riunioni di lavoro, i colloqui con gli avvocati, con i politici, con i capi struttura, lasciando spazio a una grande determinazione e agli imperativi del fatturato, il quale, quello sì, cresce e si sviluppa.
Poi però, fuori dalla sala-riunioni, ridisceso il palco, torna lo smarrimento. Che fare dei soldi e del successo? “…la mia prima Porsche, una Boxster, spettacolare, ma credo di averci fatto giusto dieci chilometri“, e poi una Lamborghini, per altri dieci chilometri, scoprendo infine che “Le macchine, a dire il vero, non è che mi siano mai interessate molto”. Anche un disperato tentativo con gli orologi tempestati di diamanti finisce miseramente in spleen.
Allora forse è meglio, anziché possedere il denaro, farsi possedere da esso e diventare strumenti, supporti biologici per la sua riproduzione. Ma il denaro e il successo non contemplano sazietà, mettono pressione. Dopo un eccellente risultato incalzano per il salto successivo, che deve superare il picco precedente.
Fedez dichiara ripetutamente di non essere in grado di godersi la riuscita di un’impresa perché già proiettato drammaticamente sull’impellenza di superarla.
Si salverà il nostro eroe? Le sbarre da ventiquattro carati che lo chiudono prigioniero, smetteranno un giorno di stendere la loro ombra sulle sue gote rigate di lacrime? Cerchiamo di cogliere un indizio nel capitolo conclusivo, dove l’autore si augura di diventare in futuro “un po’ più ricco di tutto, anche di soldi“. Niente, a quanto pare dovremo continuare a trepidare per la sua sorte.
E i legami sentimentali? Parenti, amici, consorte, amanti (pre, intra e post matrimoniali), figli, compagni, traditrici, traditori, e ora anche avvocati, giudici, ispettori… sono parti del libro dalle implicazioni non sempre leggere e preferiamo soprassedere da ogni considerazione, soprattutto perché vi sono coinvolti dei minori.
Viene in mente una battuta di Gianni Agnelli: si innamorano soltanto le cameriere. Frase dall’intento beffardo e sprezzante, ma a girarla dall’altra parte sembrerebbe esprimere una sorta di sentenza: quando si possiedono dei conti in banca di una certa mole, ogni sentimento schietto e profondo è automaticamente precluso.
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti
Giorgio Infantino
Bell’articolo. Leggere invece questa frase mi ha fatto venire il mal di testa: “C’è stato un momento felice in cui il peso specifico degli elementi di conflitto non sovrastava la complementarità sinergica che avevamo tra noi“, E mi domando: l’ha scritta FEDEZ o quello che era andato a parlargli del paradosso del mentitore? ^_^