
Uno stridulo traboccar di note, i ricordi in onirica deformazione, l’alienante senso dell’essere trasfigurato e l’amore che incede tra rovine di passati insepolti e tappeti intratempo. Una poesia di sensazioni, tono e ragione, che dà senso all’irrazionale in un tripudio di surreali ritmi lancinanti verso un universo di aliena interiorità nello svelamento di una personalità poetica e fiera, che, senza mai peccare di immodestia, perviene alla triste e disarmante consapevolezza della propria interiorità in un mondo di mediocrità imperante.
Una riflessione meditata sulla condizione umana, da leggere e rileggere, per trovare ad ogni rilettura nuovi simboli, significati, polisemanticità conscie ed inconscie in un gioco di incastri in cui dall’intimismo si passa alla denuncia del perbenismo: “La scatola cranica girava su programmi ben pensanti di forte ascolto facoltoso per famiglie di plastica abbagliate dalle luci di una vita sorridente”.
La dicotomia tra società codina e bigotta e io frammentato, destrutturato, “non prossimo all’ego”, in un mondo plastificato e finto, permette all’autore di parlare di sé trascendendosi, per la costruzione di una poesia universale e senza tempo.
(Mary Blindflowers)
.
Con Blu 20-Venticinque di Fremmy, Thinking Man Editore lancia un altro autore nel panorama della poesia destrutturalista. E lo fa pubblicando un libro di poesia tutt’altro che semplice, lontano da ogni inno o tripudio alla banalità.
Un libro che si colloca pienamente nelle coordinate di una poesia sperimentale e destrutturalista, capace di scuotere le nostre radicate abitudini e convenzioni, lacerando gli accomodamenti contro le pieghe e piaghe dei nostri conformismi.
(Giuseppe Ioppolo)
Illustrazioni di Mary Blindflowers
Prefazione di Giuseppe Ioppolo
Disponibile sia: a colori che in bianco e nero
in copertina, Luna a scacchi, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers.
Giuseppe
Si può scrivere ancora di poesia e amore senza cadere nelle banalità delle rime con cuori infranti, gli occhi umidi, gli strilli, gli inconsolabili pianti. Sì, si può scrivere dell’amore e Fremmy lo fa in questo libro con la dovizia della parola che non consola, non si autocelebra, non si autocommisera ma come un bisturi tagliente affonda la sua lama nei nostri conformismi, nei nostri io frammentati, scissi, in cerca di conferme assai spesso come pappagalli gialli gialli e fieri.