
Michele Lamon©
Più libri? Lettori traditi
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Le buone notizie sono molto rare di questi tempi, meritano tutti i nostri sforzi per metterle in risalto.
Si suppone che tutti ormai conoscano la vicenda che ha caratterizzato l’edizione appena conclusa di Più libri più liberi. In ogni caso, in rete si trovano infinite pagine che ragguagliano sui fatti occorsi, non occorre quindi riassumerli qui per l’ennesima volta.
Molti post e articoli esprimono anche delle riflessioni, in merito all’accaduto, la stragrande maggioranza delle quali si sofferma sull’operazione di attrazione mediatica e di pubblico, sulla manovra pubblicitaria che di fatto si è rivelato il “boicottaggio” di Passaggio al bosco. Ed è giusto così, la pubblicità è denaro e il denaro è religione universale.
Qualcuno ha colto l’occasione per ribadire che il mondo editoriale nostrano ha enormi problemi di suo, che ogni polemica o lite interna è poca cosa in confronto all’irrisoria incidenza del settore sia nell’economia che nelle coscienze e nella vita culturale del Paese. Monito sicuramente condivisibile.
Forse le numerose analisi hanno dato troppo poca rilevanza a come ha reagito il pubblico. Un peccato, se così fosse, perché si è trattato di una reazione felicemente rivelatoria. Ci riferiamo alla reazione emotiva, per la precisione, non alle argomentazioni sulla Costituzione, sulla censura, sulle etichettature da Ventennio, sui paradossi di Popper, non alle azioni concrete di chi è andato, non è andato, ha comprato e non ha comprato.
La reazione emotiva è stata di segno ben chiaro fin dall’inizio della vicenda, che si colloca già prima dell’apertura dei cancelli della kermesse romana.
Infatti che Passaggio al bosco si fosse procurato uno spazio a Più libri più liberi è stato annunciato con anticipo. Immediatamente una petizione firmata da decine di stelle della galassia culturale italiana ha espresso netta disapprovazione e auspicato (invano) la cacciata dello scabroso editore.
A mostra in corso, poi, abbiamo assitito ai cori partigiani e alla mezz’ora di serrata per protesta da parte di alcuni dei marchi editoriali presenti.
La rete ha commentato ogni fase della querelle e si è espressa sempre nettamente, deplorando, sbeffeggiando (e anche francamente insultando, a dirla tutta) sia i firmatari della petizione che gli editori (micro)scioperanti.
Il focus dei commenti non era, non è, sulla difesa di Passaggio al bosco, ma sulla disapprovazione degli attaccanti. Cosa logica del resto: chi mai la conosceva prima d’ora quella piccola casa editrice, incentrata su tematiche di nicchia? Ben note, invece, se non strafamose, le figure del fronte opposto.
Come si compone, da chi è formata, la rete commentante che in maggioranza si è schierata nel modo che abbiamo descritto? Be’, da individui interessati ai libri, da lettori quindi (la parte di essi che frequenta i social).
In sostanza, questo popolo dei libri ha colto un’occasione, un pretesto per dire forte e chiaro il suo malcontento e il suo disprezzo. Per esprimerlo a largo raggio, cosicché nessuno si considerasse salvo, neppure gli orsacchiotti medievalisti e gli apoftegmari a fumetti.
Bella scoperta, dirà qualcuno: basta leggere i bilanci, le statistiche delle vendite, per intuire la disaffezione generale e progressiva nei confronti dei libri. Vero, le cifre sono eloquenti, ma il comportamento dei lettori ci rivela, ci conferma, un elemento importantissimo: la passione per i libri c’è, la gente ci tiene, è ancora emotivamente legata allo strano oggetto fatto di carta e arte. Questo sentimento però viene, ormai da decenni, frustrato e offeso dal mondo editoriale, dalle sue scelte, dalle sue politiche, dai suoi attori.
Chi compra libri lo fa perché ama i libri, ma sa, magari inconsciamente, che si sta accontentando di un prodotto di bassa qualità, scaturito da criteri di mercato e di partito.
I lettori non si sentono rispettati, non si sentono rappresentati da dei degni esponenti e interpreti del loro presente. E dunque, quando se ne è presentata l’occasione, hanno scagliato l’equivalente internet di pomodori e uova marce.
Questo dovrebbe infondere coraggio a coloro che stanno fuori dai giri, a coloro che scrivono senza essere corrivi e condiscendenti, a chi si ingegna a fare editoria seria e di valore.
I rapporti sulla scolarizzazione e le capacità cognitive in deterioramento e i giri d’affari sempre più striminziti delle case editrici cercano di convincerci che i fruitori di libri siano in estinzione, mentre in realtà una buona parte di essi è solo inattiva, si trova in letargo in conseguenza di un inverno artificiale, voluto da grandi e piccoli operatori allineati a una perversa e suicidiaria idea di cultura.
Si tratta di una buona notizia, non certo di una scoperta rivoluzionaria. Convincere e richiamare un pubblico sfiduciato è un’impresa estremamente difficile, soprattutto quando le risorse sono poche, ma almeno sappiamo che questo pubblico c’è ancora, che i lettori avventurosi ed esigenti, pur lontanissimi, esistono in carne e ossa e non sono miraggi.