Marciare di Emilio Noaro

La propaganda suona, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©

La propaganda suona, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©

Marciare

Emilio Noaro©

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Marciare, non mi rimane altro che marciare. Cosa c’è di meglio di un buon ritmato uno-due uno-due…, svolta a destra…, svolta a sinistra…, ALT!

Conformare la camminata per evitare il disagio di sentirsi diversi. La sensazione di non sapere da che parte andare, di avere un portamento diverso da colui che ti sta camminando accanto. Il vantaggio di muoversi tutti uguali, come una marcia, uno-due uno-due, così nessuno si accorge della tua diversità.

Il disordine del movimento, non lo sopporto, ci dovrebbe essere una regola anche nel gesto, nella camminata, nello spostamento, nel piegare un braccio per prendere una caramella, nello rispondere al cellulare, non si può lasciare al caso la traiettoria tra l’impulso e l’azione. 

Ci dovrebbe essere una formula autorizzata, come il muoversi in una scacchiera, non ci possono essere ostacoli, il percorso dalla casella di partenza a quella di arrivo deve essere cadenzato.

Vedo Adriano recarsi al banco del bar, ordina un caffè. Ora lo seguo anch’io. Quasi lo invidio per come si muove con scioltezza. Non deve neanche ritmare, non percepisco alcun “uno-due uno-due…”. È svelto nel movimento, può raggirare gli ostacoli senza alcuna regola, per lui sedie, tavolini o persone non sono un problema, non segue alcun algoritmo, decide all’ultimo il percorso alternativo, un genio, tiene in mano il giornale, non alza nemmeno la testa, un talento.

Oddio, no, arriva il messaggio di whatsapp: “8”.

È tanto che non ricevevo più istruzioni, pensavo che fosse finita e invece l’oracolo ha fame, ha già finito il giro dei prescelti. L’ultima volta è stato anni fa, prima della mia laurea, la volta prima ero al terzo anno delle superiori e ancora indietro frequentavo il catechismo.

L’oracolo mi permette di interrompere la marcia, uno due, uno due, mi dà la possibilità di un’alternativa al movimento ritmato, devo seguire uno schema dettato dalla forma dei numeri e dai colori che percepisco, pena il disordine primordiale.

L’oracolo ordina che devo muovermi tracciando il numero prestabilito, l’8. Nessun problema, ovvio sette più uno, oppure uno più uno più uno… anzi no: due più due più due più due, oppure dieci meno due, ma anche due alla terza, oppure primo numero binario a 4 cifre… oppure la giustizia, oppure la rosa dei venti… No, devo seguire la purezza del numero, due cerchi verticali che si toccano.

Così la mia guida spirituale mi suggerisce quello che è, l’evidenza del numero otto: due cerchi verticali che tra spazio e colore rappresenta la mediazione tra Dio e l’uomo. Non posso andare dritto al bancone, in modo perpendicolare. L’oracolo ordina e io mi adeguo. Numero 8.

Adriano è lì che aspetta che lo raggiunga, attende la mia ordinazione. Gli faccio cenno con la mano che ora arrivo. Tutto a posto.

Studio brevemente il percorso, mi alzo, inizia la performance.

Giro attorno ad un tavolo, osservo il colore delle sedie, un verde fluò, trasmette vita. Noto delle impronte circolari rimaste dalla precedente ordinazione, non mi dicono niente. Fine primo cerchio.

Proseguo… (Continua su Destrutturalismo n. 9).