
Censura mascherata da Antifascismo
Mary Blindflowers, Giorgio Infantino, Giuseppe Ioppolo, Fluò, Emilio Noaro, Marco Ponzi, Lucio Pistis & Sandro Asebès, Fremmy, Mariano Grossi, Gennaro Annoscia, Peter Patti.
“Come ti faccio la pubblicità gratis fingendo di combatterti”: ecco il gioco di società che si consuma con gli antifascisti doc (d’occasione, da esposizione fieristica), pronti a brandire il cartellino rosso contro l’editore neofascista Passaggio al bosco. A respingerlo, con gesto da arbitro inflessibile, creando un meraviglioso caso virale (Effetto Streisand), è stato Innocenzo Cipolletta, già Direttore Generale di Confindustria negli anni ’90 e 2000: il decennio dello smontaggio pezzo dopo pezzo della Costituzione. L’attacco forsennato contro l’articolo 18 troverà in Matteo Renzi il suo demolitore; il refrain assordante sulla necessità di alleggerire le pensioni sarà messo in opera dalla ministra Elsa Fornero, la lacrimosa; mentre i ritmi di lavoro, scanditi dalle nuove tecnologie, si piegano all’ossequio del neoliberismo rampante.
Ma la finta censura chiassosa ha scritto tante volte il suo copione da manuale. Ha fatto lo stesso con Il mondo al contrario del generale Vannacci, respinto da una libreria “indipendente” il cui gestore – guarda caso una donna – ha ricevuto l’aperta solidarietà di ambienti vicini a PD e ANPI e che fece spiccare il volo nelle classifiche delle vendite a un testo più che modesto. Ci auguriamo che lo zampino dello sdolcinato antifascismo italico finisca come quello della gatta che, andando al lardo, resta impigliata nella trappola che si è auto-predisposta. Non merita altro questo antifascismo da operetta, costruito artificialmente e a tavolino da antifascisti che sul nazifascismo del battaglione Azov sono rimasti muti e che, dopo aver proclamato sostegno alla causa palestinese, non hanno trovato le parole per condannare l’immondo commercio di armi con il nazifascista Netanyahu.
Da Barbero a Zerocalcare, passando per Lipperini, Maicol, Mirko, Ginsburg e Caparezza, l’appello degli autori recita: “No a un editore che esalta il fascismo a Più libri più liberi”. Una notizia che sembra scritta per il marketing: intellettuali, storici, artisti e compagnia cantante, tutti accomunati dall’essere coccolati dai grandi gruppi editoriali o da quelli minori ben agganciati alle banche. Un sistema che, con la grazia di un ventriloquo, ripete i metodi del Ventennio: più eleganti, più vellutati, ma non meno spietati. La famosa dittatura coi nastri di seta. Chi inciampa, chi osa stonare, viene punito senza pietà: la faccia sorridente del sistema è in realtà una maschera di ferro.
Cipolletta, oggi presidente dell’Associazione Italiana Editori, ha replicato con tono notarile: “L’editore ha sottoscritto un impegno come tutti gli altri, un contratto che esplicita l’adesione ai valori della Costituzione Italiana”. Una frase che suona come quelle clausole che nessuno legge ma tutti firmano, mentre intanto sosteniamo un paese in guerra del quale non siamo alleati, dimenticando che l’art. 11 della Costituzione proclama: “L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Gallo complice e fiero il Cipolletta di un’editoria ormai concentrata in poche mani e di una libertà di stampa che colloca l’Italia al 45° posto nelle classifiche internazionali.
E intanto la casa editrice, con un candore da bottegaio, ribatte: “Non è un party, paghiamo per esserci”. Voilà, il cuore della faccenda: non è ideologia, è cassa!
Ferruccio De Bortoli, nel suo editoriale, ha sottolineato che l’appello degli intellettuali ha regalato alla casa editrice “fascistissima” un vantaggio enorme in termini di pubblicità. Insomma, più che un anatema, un bonus marketing. La satira si scrive da sola: i paladini dell’antifascismo finiscono per fare da ufficio stampa gratuito e ne sono perfettamente consapevoli.
Noi Destrutturalisti, però, abbiamo memoria lunga. Ricordiamo bene la risposta del Salone del Libro di Torino: “Ci dispiace comunicarvi che, poiché i contenuti presentati risultano poco in linea con le caratteristiche e gli obiettivi specifici del Salone del Libro, la vostra candidatura non è stata selezionata per l’edizione di quest’anno.”
Alla richiesta di chiarire quali fossero i contenuti “non in linea” non è stata mai data risposta.
La nostra cortese lettera aperta, inviata anche a importanti quotidiani nazionali e pubblicata sul quadrimestrale Destrutturalismo n.10, pag. 20, non è stata mai discussa, né dai nostri eroi antifascisti né tantomeno dal bravo Cipolletta, ligio ai doveri del liberismo confindustriale. In quel caso, nel nostro caso, nessun clamore, nessun appello, nessuna indignazione. Censura vera, totalmente silenziosa.
Dov’erano quindi i paladini della libertà quando i Destrutturalisti venivano censurati? Perché la non ammissione al Salone con una motivazione non motivante è stata a tutti gli effetti una censura al Destrutturalismo, movimento che ha nel DNA l’antifascismo ma che disturba evidentemente i comandi della cabina mainstream.
I nostri eroi stavano tranquilli al Salone tra interviste e ricevimenti, ovviamente, a brindare con i soliti doppi pesi e doppi calici, sorridendo alle telecamere.
E allora, tra un applauso e un anatema, resta la solita morale: il sistema non perdona chi non appartiene al Club, al circolo chiuso dei miracolati, ma regala pubblicità a chi finge di combattere.
E, dopotutto, chi siamo noi Destrutturalisti? Dei poveri ingenui che si sono messi in testa di fare letteratura indipendente senza un partito e senza un padrone. Perché qualcuno dovrebbe interessarsi se ci censurano? Non siamo figli, siamo figliastri. Anzi, non esistiamo nemmeno! E lo avete deciso voi! Quindi:
Auguri anticipati di buon Natale e – per restare in tema di sincerità natalizia – fottetevi!