
Mary Blindflowers©
Libraccio, il monopolio capitalista
.
Libraccio nasce a Milano nel 1979, quando quattro studenti aprono una libreria specializzata nella compravendita di libri usati. Come diceva Rino Gaetano, “si parte incendiari e si finisce pompieri”: nel corso dei decenni l’iniziativa si trasforma in una rete commerciale diffusa su scala nazionale, fino a diventare una delle principali catene librarie italiane, capace di affiancare alla vendita dell’usato quella del nuovo, entrando in concorrenza con i piccoli commercianti. Il passaggio decisivo avviene in anni recenti, quando la società entra nell’orbita del gruppo Messaggerie Italiane tramite la holding di controllo DMB. Nel 2024 Emmelibri-Messaggerie acquisisce la quota di maggioranza, sancendo l’inserimento definitivo di Libraccio in uno dei principali poli editoriali, distributivi e commerciali del Paese, lo stesso che domina il mercato e la distribuzione dei libri a favore dei grandi editori e a spese dei piccoli. Messaggerie è inoltre proprietaria di un grande gruppo editoriale come GeMS, circostanza che colloca oggi Libraccio non più come realtà nata dal basso e indipendente, ma come parte integrante di un sistema industriale ampio, capitalista e fortemente concentrato, con una marcata tendenza monopolistica e l’arroganza di chi mira a controllare il mercato a scapito dei piccoli editori.
In occasione della scorsa edizione del Salone del Libro da cui noi Destrutturalisti siamo stati esclusi a causa delle nostre idee non confacenti allo spirito del Salone, circa 130 editori indipendenti hanno inviato una lettera agli organizzatori chiedendo esplicitamente di non far partecipare Libraccio, accusato di fare concorrenza sleale. Gli editori si sono domandati: “Qual è la logica di accogliere una mega libreria che sottrae vendite a tutti gli editori? Nessuna, se non che si tratta dell’ennesima anomalia del settore editoriale italiano”.
Tra le molte anomalie dell’editoria, quella più grave, a mio parere, è data da chi minimizza il ruolo monopolistico di Libraccio, semplicemente perché fa comodo ai grandi editori con cui pubblica, svolgendo un ruolo di mera vetrina nonché di servilismo al sistema.
In un dibattito online, una persona ha evidenziato che Libraccio opera come holding e che il suo modello commerciale può avere effetti negativi sui piccoli commercianti e sugli editori indipendenti. La critica riguardava i fatti e le dinamiche di mercato, non individui specifici. Un interlocutore con legami nel mondo editoriale ha spostato la discussione sul piano personale, ha attaccato l’autore della critica e lo ha bloccato dalla conversazione, sollevando il sospetto che fosse un troll. Questo episodio dimostra come chi detiene visibilità o potere possa trasformare una critica fondata in vera e propria censura, negando la realtà dei fatti e impedendo un confronto aperto e costruttivo.
Durante la conversazione è stato citato anche Amazon. Certamente Amazon ha aspetti controversi, ma, esattamente come eBay, dispone di un marketplace aperto: consente ad autori e piccoli editori di vendere e pubblicare direttamente sulla piattaforma. I venditori indipendenti possono aprire un negozio sia su Amazon che su eBay e gestire le proprie vendite. Libraccio, invece, non ha un marketplace aperto: nessun piccolo commerciante o editore può vendere sulla sua piattaforma. Mentre su Amazon e eBay chiunque può vendere e interloquire direttamente con i clienti, su Libraccio è solo Libraccio a vendere, senza dare spazio a terzi. Così facendo, la catena finisce per danneggiare i piccoli editori, entrando direttamente in concorrenza sleale e controllando la distribuzione in modo da decidere quali titoli arrivano in libreria, strozzando le piccole realtà editoriali che spesso sono costrette a chiudere.
Censurare chi denuncia queste dinamiche non cambia i fatti. Non li cambia nemmeno accusare gli altri di essere troll o di avere profili falsi o di essere nessuno mettendoli a tacere, come se soltanto i qualcuno potessero e dovessero parlare e gli altri tutti zitti a subire. Si tratta semplicemente di una strategia di delegittimazione, usata dai mediocri per insinuare che la critica non sia autentica, quando in realtà riguarda osservazioni fondate: la struttura della holding e il suo impatto sui piccoli commercianti. Il sospetto di troll serve a spostare il dibattito dal merito alla persona, creando un alibi per ridurre al silenzio chi critica. Anche questo fa parte della dittatura culturale in corso a cui intellettuali meschini prestano volentieri il fianco.