Paolo Nori, gli Egosaggi

Mary Blindflowers©

Paolo Nori, gli Egosaggi

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“Chiudo la porta e urlo”, poco prima di buttare dalla finestra il libro che porta questo stesso titolo, sperando di non cogliere nessun passante. Che libro è? Non è saggistica, non è narrativa, ma non è questo il punto, il punto sta altrove, ossia che si tratta di un non-libro, un pour parler, perlopiù di sé stesso in forma ora implicita ora esplicita. E chi è questo sé stesso? Paolo Nori, l’autore di non-libri, affetto da egocentrismo galoppante, un uomo che perfino quando parla dei grandi autori russi, non parla affatto dei grandi autori russi ma di Paolo Nori. Una patologia ossessiva che si riflette in ogni suo libro. Ovviamente nei social non si può dire se no sei brutta, cattiva e soprattutto invidiosa di cotanta passione sfegattata per lo specchio da parte di un autore che viene definito traduttore, narratore e saggista. Le etichette si sprecano nel Paese dei balocchi, un titolo altisonante non si nega a nessuno.

Ma andiamo nel vivo del testo:

“1.1 Coerenza

… Non eravamo poveri, eravamo coglioni, come sempre. lo, da quando son piccolo, sempre stato.

Una coerenza, ammirevole, mi viene da dire.

1.3 Mestiere Quando mi chiedevano che mestiere facevo, dicevo che scrivevo dei libri. Era una cosa vera. Ne avevo pubblicati più di quaranta, avevo perso il conto, che sembra una cosa che uno la dice per darsi dell’importanza invece mi sembra di no. Mettermi lì a contare tutti i libri che avevo scritto per poi poter scrivere: Ho pubblicato, al momento in cui questo libro va in stampa, 47 libri, mi sembrava una cosa così da sfigati che era meglio rischiare di sembrare uno che si dava dell’importanza. Non lo sapevo, quanti libri avevo pubblicato, ma di mestiere scrivevo dei libri anche se la gente pensava che di mestiere io facevo il professore. Che non era vero. Cioè era vero, ma non era, vero.

1.4 Togliatti La mamma di mia figlia, quando scrivevo di lei, la chiamavo Togliatti, perché lei, era stato evidente fin da quando ci eravamo conosciuti, pensava di essere il migliore. Quando ero contento di lei, certe volte, la chiamavo anche Palmiro, ma era raro. Non mi dava mai ragione”.

Siamo in presenza di frasi brevi, paratattiche, sembrano appunti presi velocemente e un poco a casaccio su un foglio. Il registro è volutamente basso, cerca complicità con un lettore di scarsa cultura, attraverso una finta autosvalutazione che tenta di essere ironica: (“eravamo coglioni”, “io sempre stato”). Non c’è uno sviluppo narrativo tradizionale e coerente. Il libro è diviso in microsezioni numerate che imitano lo stile di un saggio nel titolo poi programmaticamente smentito dal contenuto che è in buona sostanza una sorta di minimalismo autobiografico colloquiale. Non c’è creatività, non c’è un filone teorico coerente con la saggistica, c’è molta frammentazione, per cui un lettore robusto che cerca profondità intellettuale non la troverà in Nori. Il dichiararsi stupido è un escamotage che serve a conquistare un tipo di lettore ingenuo, poco abituato a leggere letteratura. Non c’è spessore tematico, tensione morale o intellettuale, il linguaggio è banale, l’opera non è centrale, la centralità è riservata all’onnipresente io.

Kafka rende il banale quotidiano materia letteraria sufficiente a fare arte, ma Nori non è Kafka, la sua quotidianità non si universalizza e l’uso puramente strumentale che fa dei classici, non gli dà nessuna dignità letteraria. La vera letteratura è trascendimento, non centralità dell’io esperienziale rispetto ad azione o trama. Il flusso di coscienza che Nori malamente cerca di attivare imitando poi Joyce, non funziona, per un semplice motivo: Joyce diceva un mucchio di cose, Nori fonde la vita e le poesie di Baldini con i propri ricordi, aneddoti e riflessioni personali, trasformando Baldini in una scusa per parlarsi addosso, tanto che, ad un certo punto, non resiste e recita come un mantra perfino tutta la sua biografia dal primo dentino al primo libro, in un autocompiacimento da manuale: “sono nato a Parma nel 1963…”, bla, bla…

Nori è il frutto dei nostri tempi, le sue frasi scisse o ripetitive, le autocorrezioni, le lunghe inserzioni parentetiche dentro periodi semplici, e il ritmo discorsivo colloquiale, il curriculum dentro la non-trama di un libro che ha pretese letterarie, rendono tutta la misura del degrado dell’editoria attuale. Si è passati dal saggio per lettori consapevoli all’egosaggio per le masse che accettano qualsiasi castroneria, purché venga da editore noto, lo stesso editore, del resto, che pubblica biografie di veline e calciatori. Parliamoci chiaro, il livello è quello.

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Thinking Man Editore

Destrutturalismo