
Iran-Italia informazioni mainstream
Giuseppe Ioppolo©
I “persuasori occulti” che ci bombardano ogni giorno – e che occulti non sono per nulla – passano il tempo a venderci la loro verità come fosse l’unica possibile. Prima ci hanno fatto la morale sui “sacri confini inviolabili”, poi, con la stessa faccia tosta, ci spiegano che quei confini sono inviolabili, sì, ma fino a un certo punto e solo quando fa comodo. Se invece entrano in gioco gli interessi della superpotenza di turno, ordinariamente in divisa USA, allora diventano improvvisamente flessibili, penetrabili come il burro con i grissini.
E così ci ritroviamo a sentire storie talmente assurde da sembrare barzellette, come quella del presidente venezuelano Maduro che, da 2000 km di distanza, starebbe preparando l’invasione degli Stati Uniti con mezzi da mercatino dell’usato. Una narrazione così ridicola che probabilmente non è ritenuta credibile nemmeno da coloro che l’hanno inventata.
Ora il bersaglio è l’Iran. Ci raccontano che lì le donne non hanno diritti, che vivono in un regime di oppressione totale, che l’hijab è il simbolo di una schiavitù assoluta. Tutto vero? In parte sì, in parte no. Ma la complessità non fa audience, quindi meglio semplificare: “noi civili, loro barbari”.
Peccato che l’Iran sia un Paese molto più sfaccettato e complesso di come lo raccontano i media di regime. E peccato che l’Occidente, che si erge a paladino dei diritti umani, porti sul groppone il peso di storie come colonialismo, razzismo, due guerre mondiali e l’uso dell’atomica. Hiroshima e Nagasaki ancora fremono di sdegno per il cinismo con cui sono state cancellate in pochi attimi le due città con dentro le loro popolazioni civili – non obiettivi militari ma vecchi, donne, bambini. Questi dettagli, però, appesantiscono la narrazione e, pertanto, la loro omissione è la regola. E chi si prende la briga di ricordarli è uno che infrange la ferrea regola non scritta dell’omissione. Un delatore che deve stare attento. Continuerò a infrangerle se ne facciano una ragione.
Sulle donne iraniane, poi, la propaganda si spreca. Nessuno nega che esistano problemi seri, ma i dati dicono anche altro: alfabetizzazione femminile oltre il 98%, il 70% delle iscrizioni universitarie è femminile, le laureate sono il 67%. Numeri che in molti Paesi “civili” si sognano. Il problema è che queste donne, una volta laureate, trovano un muro culturale e politico che ne limita l’accesso al potere. Questo muro, tuttavia, non lo abbatteremo noi dall’esterno: anzi, ogni volta che “interveniamo”, peggioriamo la situazione.
I grandi sommovimenti sociali non possono essere esportati: devono nascere e maturare all’interno di una società che, per storia e civiltà, non è seconda a nessun’altra. Un clima più disteso, che non evochi passati ingloriosi di monarchie – come quella di Reza Pahlavi, per intenderci – asservite alle potenze straniere (USA e UK in primis) e considerate “buone e democratiche” nonostante le carceri piene di oppositori, solo perché generose nell’aprire i rubinetti del petrolio secondo i desideri delle compagnie angloamericane, potrebbe favorire un’evoluzione graduale e progressiva della condizione di genere, simile a quella conosciuta, almeno in parte, dalle democrazie occidentali. L’Italia ne è un esempio emblematico.
Guardiamo dunque prima a noi stessi, perché prima di fare la morale agli altri dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio. In Italia, dal dopoguerra agli anni ’90, la presenza femminile in Parlamento era poco più che simbolica: 3-5% all’inizio, 10-12% dopo mezzo secolo. Solo nel nuovo millennio le percentuali hanno iniziato a crescere in modo significativo, fino a raggiungere il massimo storico nel 2018, (rappresentanza parlamentare di genere femminile al 35%).
Eppure, in oltre settant’anni di Repubblica:
- Nessuna donna è mai stata Presidente della Repubblica;
- Nessuna è stata Ministro della Difesa;
- Solo una ha presieduto il Senato;
- Solo una è stata Ministro degli Interni.
Nella pubblica amministrazione le donne sono la maggioranza (58,8%), ma quando si sale di livello spariscono: solo il 33,8% dei dirigenti è donna, e appena il 16,3% arriva ai vertici. Nel privato va anche peggio: nelle partecipate pubbliche solo il 10,3% degli amministratori unici è donna.
E poi c’è il capitolo delle “dimissioni in bianco”, una pratica illegale ma ancora viva, soprattutto per le lavoratrici giovani e in gravidanza. Una vergogna sommersa che nessuno ha davvero il coraggio di affrontare.
La verità è semplice: l’Italia ha una parità di facciata, ma nella sostanza resta un Paese dove il potere è ancora saldamente maschile. Un rapporto del 2023 conferma che le prestazioni dell’Italia potrebbero essere notevolmente migliorate nel settore del lavoro, in cui il nostro Paese si colloca dal 2010 costantemente all’ultimo posto tra tutti gli Stati membri dell’UE. Dal 2020 la situazione sarebbe leggermente migliorata. Ciononostante restano elevati livelli di disuguaglianza di genere che principalmente riguardano la partecipazione e la qualità del lavoro.
Prima di esportare libertà e diritti altrove, dovremmo iniziare a garantirli davvero qui.
Conclusioni
La favola della guerra come strumento per esportare democrazia e diritti, oltre a essere poco credibile e sostanzialmente infondata, nasconde — ed è questo l’aspetto più grave — un duplice inganno. Da un lato, non offre alcun sostegno reale alle forze interne che lottano per ampliare gli spazi di libertà e partecipazione; anzi, spesso le indebolisce, perché gli iraniani e le iraniane scesi in piazza non intendono certo consegnare il proprio Paese a Reza Pahlavi. Dall’altro, alimenta tra la popolazione la percezione che il movimento sia eterodiretto da potenze straniere più interessate alle immense risorse petrolifere che alla democrazia o ai diritti.
In questo quadro, risulta ancora più evidente quanto sia necessario evitare lezioni morali dall’alto e guardare prima a noi stessi. L’Italia, che per decenni ha visto una rappresentanza femminile in Parlamento ridotta a una presenza simbolica, dimostra come i cambiamenti profondi richiedano tempo, maturazione interna e condizioni politiche favorevoli. Solo quando una società trova il proprio equilibrio e si libera da ingerenze esterne può intraprendere un percorso autentico e duraturo verso una maggiore giustizia sociale e di genere.