
Intervista a Ernesto Licoandro
Giuseppe Ioppolo ha intervistato per noi Ernesto Licoandro.
D: Ioppolo Giuseppe, vicedirettore Destrutturalismo
R: Licoandro Ernesto, Autore
D: Ti ho incontrato alla fiera del libro di Palermo, ai Cantieri Culturali alla Zisa, e hai prodotto un bel pezzo per la nostra rivista. Mi viene spontaneo chiederti: cosa pensi del Destrutturalismo dopo aver visto il tuo contributo accanto a quello degli altri collaboratori?
R: Prima di rispondere vorrei chiarire una cosa: sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla rivista. Mi sembra un prodotto serio, ben costruito, coerente con ciò che promette — la diffusione del pensiero critico.
D: E il Destrutturalismo? Quanto ti senti destrutturalista?
R: Me l’aspettavo. Ma non credo che la questione si risolva in una percentuale di aderenza. Il Destrutturalismo, per come lo intendo, non è una dottrina con dogmi da rispettare, né un recinto identitario in cui misurare il grado di appartenenza. Lo vedo piuttosto come l’espressione coerente di un pensiero critico che scava negli abissi dell’animo umano, che demolisce le montagne di menzogne accumulate nei secoli, che smonta le pompe magne dei castelli eretti dalle élite di ogni epoca. E lo fa senza fermarsi davanti a nessun totem sacro. Nel Destrutturalismo non c’è alcuna autorità preventiva a cui inchinarsi, nessuna disciplina da seguire in forma acritica. Si è tanto più destrutturalisti quanto più si tiene acceso il lume critico della ragione, la voglia di indagare dove ci dicono che non si può, di graffiare dove ci dicono che è intoccabile.
D: Se domani ti comunicassero l’intenzione di offrirti un ruolo di maggiore responsabilità nella rivista, cosa risponderesti?
R: Che bisognerebbe prima precisare il ruolo.
D: Direttore della rivista.
R: La rivista un direttore ce l’ha, e mi pare vada assai bene. Non credo proprio che questo sia il problema.
D: Riformulo. Facciamo l’ipotesi che il direttore ti chieda una collaborazione più stretta, avendo notato in Edoardo Ernesto un autore destrutturalista volenteroso, da valorizzare e portare a un livello più elevato. Cosa risponderesti?
R: Che la proposta è ancora troppo vaga. Quali competenze richiede? Io, al momento, forse so scrivere. Non saprei quanto bene, e non sono la persona più adatta a giudicare la mia scrittura: qualunque giudizio sarebbe viziato da un bias autoriale. Chi si loda s’imbroda, ma anche chi si nasconde dietro la falsa modestia non rende un buon servizio alla propria figura. È sempre preferibile che il giudizio critico su un autore venga dai lettori – lettori attenti, che vadano oltre le esclamazioni “bello, bellissimo, meraviglioso”. Un modo di fare critica che, purtroppo, sta perdendo la critica stessa, e quel che è peggio, la letteratura. Dove non c’è critica, difficilmente vive letteratura.
D: Immaginiamo che il direttore ti chieda di elencare le principali criticità che riscontri nella rivista.
R: Domanda gigantesca, e mi sento impreparato.
D: Non si pretende una risposta specialistica. Solo da lettore attento.
R: Ci provo. Secondo me la criticità maggiore è la cronica disattenzione – o disaffezione – dei lettori.
D: Che vuoi dire?
R: Che i lettori si sono trasformati in autori. Non leggono. Scrivono. Mi pare fosse un’intuizione di Karl Kraus, ma non ne ho la certezza. Dovrei fare una qualche ricerca filologica, ma costa fatica. Meglio scrivere.
D: Paradossalmente…
R: Sì, paradossalmente. Perché presi dalla compulsività dello scrivere finiamo per non leggere nemmeno noi stessi. Almeno, non ci leggiamo bene come dovremmo prima di pubblicarci.
D: Perciò non sei d’accordo che la colpa sia tutta degli editori?
R: In questa realtà gli editori, soprattutto quelli più grossi e rappresentativi del mercato, hanno responsabilità enormi. Le politiche governative di protezione delle caste intellettuali hanno avuto il loro beneplacito, la loro approvazione. Le grandi case editrici hanno preteso di conservare il loro predominio creando intorno a sé il deserto editoriale. Le piccole case indipendenti soffocano, e l’unica possibilità reale per continuare a esistere è stringere una qualche forma di jointure con la grande editoria. Ma è la corda che si stringe intorno al collo dell’impiccato.
D: E gli autori? Quali responsabilità hanno?
R: Una l’ho già detta: non leggere e non leggersi. Fuor di metafora: non hanno dimostrato di avere spina dorsale. Si sono inchinati a tutti i padroni pur di avere un posto al sole nella grossa editoria. Hanno riverito i dogmi del sancta sanctorum mainstream, baciato gli altari dei politici del momento, fatto parte di codazzi elettorali. Così si sono trasformati in propagandisti dello status quo, anche quando gridavano “lo Stato si abbatte ma non si cambia”. La rinuncia alla propria autonomia critica è il più grosso regalo che gli intellettuali abbiano potuto fare al regime – e la condanna a morte della letteratura. Che, se non è critica, non ha ragione di esistere.
D: Siamo alla stasi come momento in cui l’intellettuale abbandona la ragione critica per abbracciare la normalità di una divisa, di una moda, di un costume. Di fatto negando – e negandosi – la possibilità di porre domande graffianti, quelle che disturbano e inquietano le anime belle del perbenismo borghese. Pensi ci possa essere spazio per una letteratura critica che vada oltre la patina del bello perché conformisticamente approvato e benedetto?
R: Mi pare sia esattamente ciò che state tentando di fare con la rivista Destrutturalismo. La sua impostazione complessiva mira a riportare la ragione critica – e la critica stessa – dentro la letteratura. È un compito enorme, che al solo pensiero fa tremare i polsi. Anche perché non può essere separato da una selezione rigorosa degli autori. Chi scrive su Destrutturalismo dovrebbe mantenere sempre un profilo alto. Non è facile. La rivista è interessante, ma ancora lontana dal costruirsi un pubblico di affezionati e sostenitori. Vive del lavoro volontario di pochi e non entra nei circuiti della cultura mainstream che garantirebbero diffusione. Avrebbe bisogno di un gruppo nutrito di autori che non solo vi pubblichino articoli, saggi, racconti, poesie, ma che poi si impegnino a diffonderla come fosse una loro creazione. Che di fatto lo è: anche chi scrive un solo pezzo contribuisce a crearla. Ma se non entra nell’ordine di idee che deve anche promuoverla, contribuisce – magari senza volerlo – a una forma di censura che non è più il solito taglio dall’alto. Forse nessuno verrà mai a dirci che un articolo contravviene alle leggi, alla morale, ai costumi dello Stato e dunque non può essere pubblicato. Meglio ignorare. Almeno finché gran parte degli autori non sentirà il dovere di sostenere la diffusione della rivista dove scrive. È una forma di autocensura colpevole, benché spesso inconsapevole.
D: La chiacchierata mi sembra molto interessante e meritevole di sviluppi e approfondimenti. Mi pare tu voglia proporre un ruolo nuovo e diverso dell’autore. Non più il soggetto che scrive e propone la pubblicazione dei suoi elaborati, più o meno interessanti, lasciando che siano l’editore e il comitato editoriale a decidere del loro destino: quale diffusione? Quali lettori? Quanti lettori? Mi sembra tu stia proponendo un Autore che esca da questo ruolo passivo e diventi soggetto di promozione attiva del suo lavoro e della sua rivista. È così?
R: Confermo. Oggi anche all’autore di punta di una grande casa editrice è richiesto un ruolo attivo. L’autore che scrive, pubblica e poi si disinteressa della promozione dei suoi scritti è una figura al tramonto. Tanto più deve esserlo un autore che pubblica su una rivista che vuole essere critica: e lo sperimentalismo, quello vero, non è mai stato attrattivo per le grandi masse, proprio perché è “esperimento”, tentativo di un altro modo di interpretare il mondo, manifestazione di un pensiero critico in continua formazione e trasformazione. In questo mondo sperimentale, disordinato e in divenire, possono accostarsi solo spiriti liberi e indipendenti, che non temono le conseguenze del loro esser tali.
D: Direi possiamo chiudere così. Grazie per il contributo e spero di poterti leggere presto su Destrutturalismo.
R: Grazie a voi.