
Mary Blindflowers©
Huxley, metamorfosi del classico
Nell’Appendice III di Heaven and Hell, Aldous Huxley sviluppa una delle sue intuizioni più originali e meno legate alle sue celebri speculazioni sul misticismo e sulle esperienze visionarie. Il problema, infatti, non è stabilire se esista davvero un “Altro Mondo”, bensì comprendere come mutino nel tempo sia la percezione estetica che il significato delle opere d’arte. La tesi di Huxley sostiene che il passato non è immobile. Ogni epoca è infatti in grado di de-classicizzare il passato a seconda delle sue esigenze e del suo punto di vista. Non esiste una Grecia eterna, così come non esiste un Medioevo eterno. Esistono soltanto plurime e multisfacettate immagini che le generazioni successive costruiscono osservando quei mondi:
“The past is not something fixed and unalterable. Its facts are rediscovered by every succeeding generation, its values reassessed, its meanings redefined in the context of present tastes and preoccupations.”
“Il passato non è qualcosa di fisso e immutabile. I suoi eventi vengono riscoperti da ogni generazione successiva, i suoi valori rivalutati, i suoi significati ridefiniti nel contesto dei gusti e delle preoccupazioni del presente.”
In questa prospettiva, l’opera d’arte non possiede un significato definitivo. Ogni epoca la illumina in modo diverso, letteralmente e metaforicamente. Huxley attribuisce un ruolo fondamentale alle nuove tecnologie della visione: la fotografia, il cinema, l’illuminazione artificiale, i riflettori, gli ingrandimenti e le riprese da angolazioni inconsuete.
L’esempio più interessante riguarda la scultura classica. Secondo Huxley, i moderni non osservano più una statua greca come la osservavano gli antichi. L’ideale classico cercava unità, equilibrio e chiarezza formale. Noi, invece, siamo attratti dall’ambiguità, dal frammento, dall’isolamento di un singolo significativo dettaglio:
“The aim of the classical artist, in whatever period he may happen to live, is to impart order to the chaos of experience, to present a comprehensible, rational picture of reality.”
“Lo scopo dell’artista classico, in qualunque epoca viva, è imporre ordine al caos dell’esperienza e presentare un’immagine comprensibile e razionale della realtà.”
Ma subito dopo aggiunge una considerazione ancora più significativa:
“To us this ideal of rational orderliness makes no appeal.”
“Per noi questo ideale di ordine razionale non esercita alcun fascino.”
I classici in se stessi appartengono a un tempo morto che non tornerà più, ci piacciono e ci affascinano soltanto in virtù di una reinterpretazione contemporanea che spezza l’armonia originaria, isola un dettaglio, osserva una frattura, una piega del marmo, un’ombra e un volto separato dall’insieme. La tecnologia attuale finisce per trasformare l’opera antica in qualcosa che originariamente non era. Attraverso l’uso della luce e della fotografia noi “de-classicizziamo” il classico:
“By such means we can de-classicize the severest classic.”
“Con questi mezzi possiamo de-classicizzare anche il più severo dei classici.”
La conseguenza di questa osservazione è notevole. Se il nostro rapporto con il passato dipende da uno sguardo storicamente determinato, allora diventa impossibile riprodurre veramente il classico nel presente. Un artista contemporaneo può imitare la tecnica di Fidia, di Prassitele o di Caravaggio, può imitare Michelangelo come Jago. Può replicarne le forme, i materiali e persino gli effetti stilistici. Tuttavia non può ricostruire il mondo che ha prodotto quelle opere. Non può restituire il sistema di credenze, i valori, la sensibilità e la visione della realtà che rendevano quelle forme necessarie e significative, per questo motivo chi imita stili classici resta un imitatore più che un artista, L’artista inventa non imita. L’imitazione del classico rischia quindi di trasformarsi in una forma di estetismo fine a se stesso. La perfezione tecnica rimane, ma perde la sua funzione storica e simbolica. Ciò che un tempo rappresentava una visione del mondo, diventa un semplice esercizio di stile.
La vitalità di un classico dipende unicamente dalla sua reinterpretazione, e imitare non serve a nulla.
Da questo punto di vista, la crepa diventa più importante della perfezione. Non perché la perfezione sia priva di valore, ma perché il nostro tempo percepisce la realtà attraverso la discontinuità, il frammento e l’ambiguità. L’arte classica cercava di ordinare il mondo; l’arte moderna e contemporanea tende invece a esplorarne le fratture e i difetti. Per questa ragione il classico non può essere semplicemente ripetuto. Può essere studiato, ammirato, reinterpretato o persino tradito, ma non riprodotto davvero. Le forme sopravvivono ai secoli. Lo sguardo che le ha generate, invece, appartiene irrimediabilmente al proprio tempo.
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