Ecco il brand Bansky

Ecco il brand Bansky

Rivoluzione vera?

 

Ecco il brand Bansky

Mary Blindflowers©

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Il marketing è una delle forze più potenti e convincenti della società contemporanea. Non è solo uno strumento di vendita, ma un meccanismo capace di costruire immaginari, trasformare trasgressioni in prodotti, finte ribellioni in slogan da distribuire ai polli. La  forza trascinante della pubblicità a tappeto consiste proprio nella capacità di assorbire tutto ciò che appare marginale, sovversivo, alternativo, per riconvertirlo in linguaggio commerciabile e consumabile, creando un inganno ben congegnato. In questo scenario l’arte che conta e che fa parlare di sé, sempre legata al potere sotto la dicitura posticcia: libertà, si trova spesso inglobata in un circuito che la neutralizza, svuotando la sua carica eversiva e restituendola al pubblico come oggetto di mercato.

L’arte come ribellione autentica, è rara e spesso chi la fa rischia la vita nei regimi dittatoriali, oppure, nel migliore dei casi, il totale oblio nei regimi fintamente democratici. Fare arte rivoluzionaria significa porsi in opposizione al potere sapendo che ogni gesto, ogni parola, ogni immagine può comportare conseguenze drastiche. Durante il regime di Pinochet in Cile, Víctor Jara fu torturato e ucciso perché le sue canzoni cantavano la libertà e denunciavano l’ingiustizia. Pablo Neruda morì in circostanze che ancora oggi sollevano sospetti di avvelenamento. Il collettivo CADA e numerosi teatranti inventarono forme di azione clandestina per rompere il silenzio imposto dalla dittatura. In tutti questi casi l’arte non era spettacolo o moda, ma un atto politico, un gesto di resistenza che metteva a rischio la vita di chi lo compiva. L’identità degli artisti  era pubblica, indissolubilmente legata al messaggio che veicolavano, ed era proprio questa esposizione a renderli pericolosi e fastidiosi agli occhi del potere.

Banksy si colloca all’opposto di questo paradigma. Anonimo ma riconoscibile come brand globale, le sue opere non nascono fuori dal sistema ma al suo interno. I suoi stencil vengono immediatamente protetti, coperti da plexiglass, battuti in aste milionarie. Laddove un artista qualsiasi verrebbe denunciato per aver graffittato un edificio storico, Banksy riesce a trasformare la violazione in evento culturale. Il rischio personale è pressoché nullo, l’anonimato funziona come marchio di fabbrica più che come necessità di sopravvivenza. La sua critica è rapida, visiva, spesso intelligente, ma non destabilizza il potere: lo alimenta, lo accompagna, lo rende più appetibile attraverso il paradosso di una trasgressione perfettamente istituzionalizzata.

Le differenze tra i due modelli sono nette. Gli artisti cileni erano nemici dichiarati del potere, perseguitati perché la loro arte parlava al popolo e ne alimentava la speranza. Banksy è partner del potere, perché la sua arte, pur criticando, rimane perfettamente compatibile con le logiche del mercato e delle istituzioni che la inglobano. Nel Cile sotto dittatura l’arte era rischio, sacrificio, identità esposta; nell’Inghilterra di Bansky è brand, spettacolo, anonimato studiato. In Cile si pagava con la vita per un verso o una canzone; il brand Bansky si guadagna con una provocazione trasformata in evento virale, una fama globale che il potere tollera benissimo. Anche la favoletta che nessuno riesca a scoprire chi sia, fa parte delle trovate da business a cui la gente crede ciecamente, esattamente come credeva ai miracoli nel Medioevo.

L’ultimo stencil sulla Corte di Giustizia, edificio di valore storico e dunque protetto in modo rigido dalla legge, non può essere letto come un atto ingenuo o “da ribelle improvvisato”. Banksy conosce perfettamente il sistema dentro cui si muove: sa che un graffito su un edificio storico verrebbe normalmente cancellato all’istante e che l’atto stesso costituirebbe reato. Ma nel suo caso la dinamica si ribalta: proprio perché è Banksy, l’intervento diventa immediatamente notizia, scatena la corsa a “salvare” l’opera e a proteggerla, e innesca un ciclo di visibilità e valore economico. È una genialata di marketing, più che un rischio politico. Un gesto del genere conferma come Banksy non si muova mai fuori dalle regole del sistema, ma dentro di esse, sfruttandone le contraddizioni. Dove un comune street artist verrebbe denunciato e il suo graffito cancellato, Banksy viene celebrato, discusso e immortalato, trasformando una violazione in evento culturale. In questo senso il suo rapporto col potere non è di sfida reale, ma di simbiosi: crea lo scandalo apparente che le istituzioni stesse hanno tutto l’interesse a gestire e rivendere come patrimonio culturale.

La conclusione è inevitabile: esiste una differenza radicale tra la rivoluzione vera e il marketing della rivoluzione. La prima nasce da un’urgenza autentica, mette in gioco corpi e voci, sfida apertamente un potere che reagisce con la violenza. Il secondo confeziona l’apparenza della ribellione, ne sfrutta i simboli e le estetiche, ma li reintegra in un circuito che non disturba davvero nessuno. Banksy rappresenta l’apice di questa seconda logica: la capacità del marketing di trasformare la trasgressione in merce. Gli artisti cileni, al contrario, ricordano che l’arte può ancora essere un gesto vitale e rischioso, capace di scuotere davvero un regime. La differenza tra i due non è solo estetica o storica: è la distanza che separa la libertà dalla sua simulazione.

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DESTRUTTURALISMO Punti salienti

Libri Mary Blindflowers

Thinking Man Editore