
L’ora del te.
Il genere dei miracolati
Mary Blindflowers©
Quando un uomo è famoso e dipinge lo chiamano Maestro, mentre quando una donna raggiunge la stessa fama al massimo diventa una “pittrice”. “Maestra”? Non si usa. È come se, anche tra i miracolati dell’arte, esistesse una gerarchia di genere: il genio maschio assurge a guida spirituale, per la donna è diverso. Del resto la sorella di Mozart che era geniale quanto lui, è rimasta nell’oscurità e ricordata solo come sorella del genio. In fondo, la storia dell’arte occidentale parla chiaro: “Maestro” era chi aveva una bottega, degli allievi, influenza e potere. Indovinate? Le donne non potevano avere botteghe, non potevano iscriversi alle corporazioni, non potevano neppure studiare i nudi anatomici. Risultato: escluse dal titolo prima ancora che dal mercato.
Quando, nonostante tutto, comparvero figure straordinarie come Sofonisba Anguissola o Artemisia Gentileschi, la critica maschile si ingegnò per non cedere il campo: le chiamano tuttora “pittrici illustri”, “donne di talento”, e nel caso di Artemisia aggiungono pure l’etichetta “talento virile”, come se l’unico modo per riconoscerne il genio fosse attribuirlo a un’improvvisa mutazione mascolina. Altro che maestra: un’eccezione, un fenomeno da baraccone che conferma la regola del maschio che domina la scena.
L’Ottocento e il Novecento aprirono le Accademie anche alle donne. Bene, direte. Ma il titolo non cambia: Berthe Morisot, Suzanne Valadon, Tamara de Lempicka, Frida Kahlo… tutte “pittrici” o “icone”. Intanto Monet, Kandinsky, Picasso diventano “Maestri” e fondatori di movimenti. La differenza è sottile ma letale: il “maestro” crea una scuola, la “pittrice” al massimo lascia un bel quadro. Genio maschile collettivo, talento femminile individuale.
A peggiorare le cose ci si mette la lingua: in italiano “maestra” evoca subito l’insegnante elementare. Una figura rispettabile, certo, ma che nell’immaginario comune non ha nulla della gravitas, del carisma, dell’aura sacrale del Maestro con la M maiuscola. Per questo la critica preferisce aggirare il problema con formule anodine: “grande pittrice”, “icona del Novecento”, “simbolo femminista”. Belle parole, che però non danno la stessa patente di eternità.
Oggi qualcosa si muove: Artemisia viene celebrata finalmente come “maestra del Barocco”, Sofonisba come “maestra del ritratto”. Kahlo è riscoperta come “maestra dell’autoritratto simbolico”, e persino Louise Bourgeois ottiene il titolo per la scultura. Marina Abramović? Qui il discorso si fa divertente: per il sistema dell’arte è la “maestra della performance”. Per molti spettatori, invece, me compresa, una buffona che ha trasformato la provocazione in franchising. Comunque sia “maestro” o “maestra” non è un’etichetta neutra, ma un marchio concesso e difeso da un mondo dell’arte che sa essere tanto maschilista quanto corrotto.
Alla fine, la difficoltà a dire “maestra” per una donna non è una questione di grammatica, ma il riflesso di secoli di esclusione e di un linguaggio complice. Recuperare questo termine oggi non è una moda, ma un gesto politico: significa sottrarre il prestigio al monopolio maschile e restituire alle artiste la dignità di guida, innovatrici, creatrici di scuole e visioni.
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