
Testa ornamento del portale di una chiesa, credit Mary Blindflowers©
Letterati, potere e silenzio
Mary Blindflowers©
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Quelli che sono diplomati diplomatici, non si espongono mai, dicono ma senza dire, tutto e il suo contrario, avallando opinioni opposte, per farsi voler bene in un caldo universale abbraccio di muffa, quelli che messi alla prova, sono sempre glissanti, omertosi, imbavagliati e imbavaglianti nella truffa perpetua del non essere, quelli che io non vorrei mai avere tra i miei contatti. Piuttosto contraddite, sparite, dite un vaffa, innaffiate una pianta carnivora, esprimete un’opinione per una volta insettifera, mortifera, perfino, ma dite no, non ci sto, abbiate il coraggio di lasciare il perpetuo foraggio in cui calate i musi schiavi, ignavi, vergogna del genere umano letteratoide e subumanoide. Eh, un tempo sì che i letterati, direte voi… Eh no, un tempo la faccenda era perlopiù identica. Nell’antichità classica la figura dell’intellettuale non era mai neutrale: chi scriveva e pensava doveva confrontarsi con il potere, fosse esso quello della polis greca o dell’impero romano. Le strategie adottate erano diverse: alcuni sceglievano di integrarsi, di accettare il mecenatismo e restituire in versi e filosofia un sostegno alla legittimazione politica; altri preferivano l’esposizione, la critica, il rischio dell’isolamento o persino della condanna. In questa tensione si definisce uno dei nodi centrali della cultura antica, ancora oggi attuale.
Virgilio era forse il simbolo più chiaro dell’intellettuale che decise di muoversi all’interno del sistema. La sua Eneide è un’opera di straordinaria profondità poetica, capace di trasmettere pathos e malinconia, ma resta anche uno strumento di propaganda augustea: celebra le origini mitiche di Roma, sancisce la discendenza divina della gens Iulia, e conferisce al principato un’aura di inevitabilità storica.
Anche Orazio, protetto da Mecenate, intonava nelle Odi un canto alla pax augustea, mostrando come l’integrazione con il potere potesse garantire protezione, stabilità e gloria letteraria.
In epoca ellenistica, Callimaco rappresentava un modello analogo: la sua poesia erudita e raffinata riflette l’ambiente della corte dei Tolomei, un contesto in cui l’innovazione stilistica non poteva mai tradursi in critica esplicita.
Diverso è l’atteggiamento di chi ha scelto la via della contestazione.
Giovenale, con le sue Satire, non esitò a denunciare la corruzione morale e politica di Roma, dando voce a un malcontento radicale. La sua parola tagliente non risparmia nessuno e proprio per questo gli costò probabilmente l’esilio: segno che la libertà intellettuale si pagava a caro prezzo.
Nel mondo greco, Euripide utilizzò il teatro per incrinare certezze collettive, problematizzando la religione tradizionale e il valore della guerra. Ma l’esempio più estremo resta Socrate, che rifiutò ogni compromesso e affrontò la condanna a morte pur di non rinunciare al compito di interrogare la città e smascherarne le contraddizioni. Il suo atteggiamento era pericoloso per l’ordine costituito. La dialettica tra letterati integrati e letterati critici non si riduce, dunque, a una contrapposizione tra servilismo e eroismo. Virgilio non fu un semplice propagandista, e nelle pieghe della sua poesia emergono dubbi e dolore che trascendono il messaggio politico immediato; allo stesso modo, Giovenale o Socrate incarnano una radicalità che non poteva non pagare conseguenze drammatiche. Il dato fondamentale è che nell’antichità il letterato non poteva mai sottrarsi al confronto con il potere: o sceglieva il silenzio e l’adattamento, conquistando fama e stabilità, o sceglieva l’esposizione e la critica, rischiando la marginalità o la morte. Questa tensione non è mai venuta meno nella storia, ma trova nelle esperienze della classicità un modello originario e ancora oggi illuminante per riflettere sul rapporto tra cultura e potere che non è poi cambiato così tanto nel tempo se tanti letterati si imbavagliano da soli per paura di compromettersi e bruciarsi la carriera, una carriera, nel caso di poeti sconosciuti, perfino inesistente, ma agognata. Quindi gli ignavi tacciono in previsione di un futuro di gloria che non verrà probabilmente mai nella maggior parte dei casi, variamente umani. In compenso l’ulcera e la gastrite per i silenti abbarbicati al servizio omertoso della vita, attendono ridendo dietro l’angolo le loro speteggianti filosofie del compromesso.
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti