
Il Principe Zerbino, Thinking Man editore, 2026, versione in bianco e nero.
Tieck, il satanismo romantico
Mary Blindflowers©
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Il Principe Zerbino, inserito da Ludwig Tieck all’interno della commedia favolistica Der gestiefelte Kater del 1797-98, costituisce un momento fondamentale della cultura romantica tedesca, in cui il gioco del fiabesco e del parodico diventa strumento di critica radicale nei confronti di poeti, filosofi e potere costituito. Zerbino non è un diavolo dichiarato ma svolge una funzione di disturbo che richiama la logica mefistofelica, una sorta di “satanismo” in senso lato, dove Satana non rappresenta il male teologico ma il principio del dubbio, della negazione, della messa in crisi del senso comune. In questo senso Tieck anticipa Goethe, il quale con la figura di Mefistofele nel Faust (prima parte 1808) darà corpo a un demone universale, definito come lo “spirito che nega”, cioè colui che non costruisce ma smonta, che non insegna ma smaschera, che non consola ma ironizza.
L’elemento satanico in Tieck consiste nel conferire al Principe Zerbino un’intelligenza eccessiva, corrosiva, che non appare come dono ma come malattia. L’acutezza di Zerbino lo separa dagli altri, lo rende inassimilabile al senso comune, e per questo egli diventa figura di disturbo sociale, clown filosofico che nel ridicolo della fiaba nasconde il veleno della critica. È proprio questa sua condizione liminale che può essere letta come forma di satanismo: Zerbino non è portatore di un messaggio positivo, non mostra una verità alternativa, ma esprime il sospetto che nessuna verità esista, e in questo rovesciamento egli appare come colui che destabilizza e divide. Goethe radicalizza questo elemento rendendo Mefistofele figura cosmica, che interroga la sete di conoscenza di Faust e ne rivela la natura ingannevole. Mefistofele non offre contenuti ma lacera le illusioni, non libera ma denuncia, non guida ma svia, ed è proprio in questa funzione ironica e corrosiva che risiede la sua forza.
Se si osservano i due personaggi in parallelo, Zerbino appare come una versione parodica e favolistica di Mefistofele, in barba al fatto che anche Satana è un personaggio dell’opera a se stante. Mentre Mefistifele in Faust parla un linguaggio alto, sarcastico, a tratti cupo, Zerbino si muove nel registro burlesco, gioca con la teatralità, parla attraverso rime ironiche e mette alla berlina filosofi e poeti ridicolizzandone i sistemi. Tuttavia entrambi condividono la stessa radice “satanica”: la negazione, l’ironia, la critica dell’ordine costituito. Satana non è qui simbolo del peccato ma metafora dell’intelligenza come eccesso, della ragione come malattia, del dubbio come scissione rispetto alla comunità. Tieck, nel suo gioco metateatrale, sembra proporre una versione minore e ironica di ciò che Goethe offrirà in forma solenne e universale: una filosofia della negazione travestita da fiaba, che prepara il terreno a quel Romanticismo oscuro e scettico che troverà poi eco in Byron, in Leopardi e più tardi in Baudelaire.
In conclusione, il satanismo di Tieck e Goethe non deve essere inteso in termini religiosi ma come categoria culturale: esso rappresenta l’irruzione del dubbio nell’armonia classica, la corrosione ironica delle verità date, la trasformazione dell’intelligenza in principio di crisi. Zerbino e Mefistofele sono due facce di questa stessa realtà: il primo maschera con la commedia la malattia del pensiero, il secondo la eleva a principio metafisico. Entrambi però segnano il passaggio decisivo dal Romanticismo idillico a quello critico e demoniaco, dove Satana è metafora della modernità inquieta… (Continua su Destrutturalismo n. 11).
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti