
Il vaso magico…
Mary Blindflowers©
La parola è catarsi
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C’è chi medita, chi corre all’alba, chi sorseggia tisane depurative e c’è chi fa di meglio e di più. La migliore e insuperata disciplina di benessere interiore è il vaffa.
Non uno qualunque, ma quello liberatorio, pronunciato a pieni polmoni o digitato con la leggerezza di una piuma quando la misura è colma e l’assurdo supera la soglia di sopportazione.
Tutto è iniziato da un episodio banale: un gruppo, un invito a scrivere una recensione per una rivista: “mandaci una recensione di un autore poco noto”. Perfetto, penso, perché no? E così faccio, tic, tac, tic, mail inviata. Ecco un po’ di entusiasmo, che bello. Dico, se volete mandare qualcosa pure voi valuteremo per la pubblicazione. Tutto bene, fino a che non mi taggano per dire che la loro pregevolissima rivista sta per uscire, e io chiedo ingenuamente: “in digitale o cartaceo?” “Digitale”, risponde l’amministratrice del gruppo. “Bene, la nostra invece esce in cartaceo”. Si sono aperte le cataratte dei sette cieli! Catastrofe. Un signor x si agita nello scranno e inizia a parlare di competizione. Una sconosciuta smelonata, mai vista né sentita, né filata, si è materializzata in stato di trance da menade isterica, riversando accuse e deliri come se le avessi appena bruciato il salotto o sottratto l’argenteria di famiglia. Mi viene da ridere. Confesso di aver provato un certo sadico gusto a vederla sputar bava velenosa per nulla.
In questi casi, la risposta è una sola: vaffa.
Il vaffa è un’istituzione antropologica. L’uomo primitivo lo urlava quando il vicino gli rubava il fuoco; il cittadino romano lo scolpiva nei graffiti; noi lo usiamo su Facebook, e non solo, con la stessa funzione catartica. È il bottone rosso della psiche: premilo e allontani tossine emotive, frustrazioni e gastriti in arrivo.
Dal punto di vista psicologico, dire “vaffa” è come stappare una bottiglia di spumante: il tappo vola, la pressione scende, resta solo la leggerezza legata all’idea di non aver buttato il proprio tempo appresso a persone demenziali che sprecano la vita ad agitarsi per nulla. Non a caso, chi reprime il vaffa sviluppa tic, insonnia o improvvise crisi da tastiera.
In sociologia, il vaffa è l’ultimo baluardo di libertà linguistica. In un’epoca di formule zuccherose, di ipocrisie travestite da diplomazia, di censure, il vaffa è la spada che recide i nodi del non-detto. È il “no” con gli asteroidi, il “basta” che non ha bisogno di sottotitoli esplicativi perché ha già detto tutto.
E allora, perché vergognarsene? Meglio un vaffa onesto oggi che mille rancori taciuti domani. Non è insulto: è igiene dell’anima. È la piccola rivoluzione domestica che ci salva dalle ulcere da tastiera e dalle indignazioni teatrali.
Perciò: vaffa, vaffa, vaffa. Tre volte al giorno, come le vitamine.
Prosit.
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