Storia di Tewje, lattivendolo

Storia di Tewje, lattivendolo

La Storia di Tewje il lattivendolo, Formiggini, 1928, credit Antiche Curiosità©

 

Mary Blindflowers©

La storia di Tewje il lattivendolo

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Sholem Aleichem che Formiggini nel 1928, pubblica con la grafia Scialom Alechem, era lo pseudonimo di Solomon Naumovič Rabinovič (Perejaslavl, 2 marzo 1859 – New York, 13 maggio 1916), scrittore oggi poco conosciuto. Le sue opere sono raffinate e divertentissime.
La storia di Tewje il lattivendolo, è una di queste. Il personaggio, come dice il titolo stesso, è un umile venditore di latte e formaggi che attraversa le tempeste della vita citando il Talmud e la Torah in continuazione e ricavandone massime che adatta alla sua situazione contingente. L’autore finge di aver ascoltato la storia che presenta al lettore, direttamente dalla viva voce di Tewje, “povero di denaro, ma ricco di figliuole”.
Lo stile è scorrevole, di piacevolissima lettura, a tratti molto divertente anche se talora tragico. Il confine tra riso e tristezza, tra felicità e disperazione, è infatti sempre molto sottile nella vita del personaggio, a suo modo filosofo fatalista di una vita che lo sballotta come un fuscello.
Il romanzo però è interessante, non soltanto per la capacità dell’autore di modulare i ritmi della gioia e della rovina, senza mai perdere quella vis ironico-giocosa, che gli è propria, ma anche perché mostra uno spaccato della vita degli ebrei, dall’interno. Tewje è infatti un ebreo. Egli racconta come procede la sua vicenda personale che però non è affatto fine a se stessa, ma si scontra con convenzioni sociali, tradizioni, avidità e vagheggiamento di denaro, affari che non riesce bene a comprendere, uomini poco onesti e sinceri, imprenditori senza scrupoli, matrimoni combinati, etc. etc, in una carrellata socio-culturale che rivela debolezze e virtù del popolo eletto.
Dai dialoghi emerge la scarsa considerazione di cui godevano le donne. Quando il macellaio benestante vuole sposare una delle figlie di Tewje, Zeitel, parla con il lattivendolo, gli dice di preparare il baldacchino, ossia gli fa capire che l’affare è fatto e non può rifiutare, dato che il pretendente è ricco. All’inizio del dialogo c’è un qui pro quo. Tweje pensa che il macellaio aspiri alla sua vacca per farne bistecche, poi si chiariscono, ma resta il paragone della donna con la vacca che il pretendente fa ridendo, mentre sostiene che non è neppure necessario chiedere alla ragazza se sia d’accordo o no:

 

“Ve lo domando io” – dice – “Di che parliamo Reb Tewje?”
“Come sarebbe?” – dico – “Parliamo della mia vacca bruna, che voi volete comperare da me. Ecco di quello che parliamo!”
Allora egli comincia a ridere come un matto e dice: “D’una bella vacca sì, ed anche bruna per di più! Ha, ha, ha!… Noi parliamo di vostra figlia” – dice – “della vostra Zeitel. Voi lo sapete, Reb Tewje, io sono vedovo. Ebbene, mi dico: perché devo cercare la mia felicità fuori… quando noi abitiamo nella stessa provincia? Voi mi conoscete ed io vi conosco; la ragazza inoltre mi piace; non è brutta e pare abbia un carattere molto tranquillo. Quanto a me, io non sono, Dio guardi, senza mezzi: ho una casa di mia proprietà, alcuni negozi, e, come voi vedete, un appartamento molto pulito. Non mi posso lamentare: ho anche una provvista di pelli in soffitta e qualche po’ di denaro liquido nel materasso…”
Per farla corta, dopo che egli ebbe dette queste parole, al primo momento io rimasi rimbecillito… Zeitel… Egli ha delle figlie che son vecchie quanto lei… “non vorrei farvi delle difficoltà. Ma io devo ancora parlare con la mia vecchia… interrogare lei stessa, Zeitel…”
“Sciocchezze – dice – “Bisogna domandare anche a lei? Dovete raccontarglielo e basta, Reb Tewje. Voi arrivate a casa, le raccontate tutta la storia e preparate il baldacchino”…

 

Tewje sfugge alla convenzione e fa sposare la figlia con un sarto di cui era innamorata, del resto durante il dialogo già si nota la consapevolezza del personaggio che critica la tradizione dei matrimoni combinati: “La mia Zeitel non è, Dio guardi, una merce, che io la vendo per denaro. Peuh!”

Tewje ha anche coscienza sociale. Disprezza il marito che la sua figlia minore ha sposato per interesse, nonostante sia ricchissimo. Quando si presenta alla sua villa, un lacché in bottoni d’argento, non lo lascia passare e la cameriera lo fa entrare soltanto dopo avergli chiuso in primis la porta sul naso. Quando entra descrive la casa come principesca, tappeti e arredi preziosi, cibo raffinato, lusso in ogni angolo che fa contrasto con il grosso, calvo, rotondo e sgradevole Pedozur, il proprietario. Questi è il ritratto dell’arroganza, fa capire a Tewje che deve partire, perché si vergogna di fronte ai suoi amici altolocati di dire che suo suocero è un lattaio e non un milionario:

 

Mi dice: “Vi volevo dire – dice – che dati i miei affari, il mio nome e la mia posizione dice – non conviene che voi vi chiamate Tewje, il lattivendolo. Perché, dovete sapere – dice – che io conosco personalmente il governatore – dice – e che in casa mia possono venire qualche volta Brodsky e perfino Poliakow e forse anche i Rothschild. Tutto è possibile…
Ebbene? Che cosa si risponde ad un uomo tanto rozzo?… Schifoso di un imprenditore!

 

I ricchi sono sempre ignoranti e volgari, non leggono i libri sacri perché pensano solo agli affari e se ne vantano: “Così mi parla egli, Peduzor… Lo capite? Io dico: se dio ti ha castigato e tu sei ignorante, taci almeno: che bisogno hai di vantartene?”
Le donne che nella tradizione devono essere sottomesse alla volontà del marito e ubbidire al padre, sono argute e intelligenti, passionali e disinteressate e Tewje, nonostante ripeta sempre che non è una donnicciola, in realtà non costringe nessuna delle sue figlie al matrimonio di interesse. Anche la figlia che ha sposato un uomo ricco, ha deciso da sola e contro il suo parere.
L’iterazione di certe frasi che creano un effetto comico, in realtà serve per sfaldare la struttura della certezza tradizionale. Difatti è come se il personaggio ripetesse a se stesso cose in cui non crede del tutto e le reiterasse per convincersene, senza riuscirci. Tewje non è una donnicciola, è un refrain che perde di efficacia nel momento in cui le donne decidono autonomamente del loro destino. Anche la continua citazione dei libri sacri, viene poi stemperata dal dubbio nichilistico:

 

E poi bisogna ancora gridare: Iddio eterno e vivente! Sapete quello che vi dico? Quando si vede la morte davanti a sé, si deve perdere ogni credenza in Dio! Si comincia a fantasticare: Che cosa siamo noi e che cosa è la nostra vita? Che cos’è il mondo con tutte le sue sfere, che girano continuamente, colle sue ferrovie, che scappano come impazzite, con tutti i pensieri e le invenzioni e perfino con Brodski e i suoi milioni? Tutto è vano, tutto è niente!

 

A suo modo la storia di Tewje il lattivendolo è un libro veramente rivoluzionario, scritto da un autore che la povertà l’ha conosciuta da vicino, perciò riesce ad essere autentico anche nella finzione e probabilmente ha lasciato nel personaggio qualche frammento di se stesso.

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