Rodari, merito, Partito, letteratura

Mary Blindflowers

Rodari, merito, Partito, letteratura

Due giorni fa, in una discussione su Facebook, ho avuto la brillante idea di dire che subito dopo la Grande Guerra, visto che la sinistra si è presa il settore culturale, aveva la possibilità di creare un sistema meritocratico, un’editoria libera, e invece ha preferito logiche settarie e antidemocratiche, logiche di Partito. Qualcuno ha protestato, dicendo che non so di che parlo.

E poi… quando si dice la coincidenza: vado al mercatino – che cede libri gratis pur di liberarsene – e trovo la ristampa, ne Gli Struzzi, di un libro di Rodari pubblicato da Einaudi nel 1962. Titolo: Favole al telefono. Lo prendo. Apro e leggo nella prefazione:

Dal ’50 al ’53 (Rodari) ha diretto un settimanale illustrato per ragazzi, «Il Pioniere». «È stato – è ancora lui che parla – quasi un compito di Partito. In principio non ne volevo proprio sapere. Ma a quei tempi eravamo tutti molto disponibili: se ci fosse stato bisogno di un quadro nuovo nella cooperazione, e mi fosse stata fatta la proposta di diventarlo, penso che avrei accettato. La generazione che il PCI ha rastrellato durante la Resistenza è quella che meno si è preoccupata di vocazioni personali. Nel mio caso, sì e no una ventina di filastrocche giustificava quella scelta». Bisogna concluderne che le vocazioni si trovano anche per la strada, per caso, o per senso del dovere. Basta poi prenderle sul serio. Pare che Charles Dickens tenesse bene in vista sulla sua scrivania un «motto» che gli diceva: «Fa’ bene quello che ti danno da fare». Se le cose stanno come dice Rodari, questo potrebbe essere – prese tutte le misure – il suo motto.

Qui ci sono alcuni elementi interessanti. La candida ammissione, per esempio, da parte di Rodari, di non avere alcuna vocazione per la scrittura, avendo scritto al massimo una ventina di filastrocche in tutto. Ma il Partito, scritto con la P maiuscola, chiedeva che egli obbedisse alle sue logiche e diventasse scrittore. Anche la citazione del motto attribuito, non so se a torto o a ragione, a Dickens, senza indicare dove mai lo scrittore inglese l’avrebbe detto, rafforza l’idea che il Partito avesse l’esigenza di imporre una sorta di settaria dittatura culturale. In sintesi, nel settore editoriale si assumeva solo chiunque gravitasse nell’orbita del partito, sia che avesse i requisiti, sia che non li avesse, tanto si sa che il talento, se non c’è, lo si inventa a tavolino, esattamente come accade anche oggi.

Nel dopoguerra le carriere intellettuali si costruivano in base all’appartenenza politica, non al talento. Quando Gianni Rodari racconta di aver diretto Il Pioniere come “quasi un compito di Partito”, e di averlo fatto per un dovere politico, più che per una vocazione definita, non offre soltanto un ricordo personale: lascia intravedere un modello culturale che ormai ha preso piede in modo definitivo. O sei dentro il Partito, un qualsiasi Partito, o non esisti. L’intellettuale libero è condannato all’invisibilità strategica, non può essere manipolato, non può essere gestito, e soprattutto se ha talento, non ubbidisce. È un fatto certo, documentato. Dove sarebbe dunque andato Rodari senza il Partito? Probabilmente da nessuna parte:

Noi leggevamo un giorno per diletto,
noi leggevamo un giorno sul diretto,
soli eravamo e senza alcun sospetto,
sordi eravamo e senza alcun cornetto,
stolti eravamo e senza alcun concetto,
saliti a Teramo senza biglietto, senza burro né strutto
né pancetta né prosciutto.
Morti eravamo, senza alcun costrutto.
Sola la morte, in sala d’aspetto,
era una morte di modesto aspetto,
povera morte senza doppiopetto,
ci fece un cenno dai vetri e fu tutto.

Qui la rima è davvero modesta (diletto, diretto, sospetto, concetto), la ripetizione meccanica e poco profonda. La semplicità, mi direte voi, è una scelta estetica, visto che Rodari decide di rivolgersi ai bambini con fini pedagogici, ma l’efficacia pedagogica (a sua volta discutibile) non basta a giustificare la sensazione di uno stile immaturo, incompiuto, privo di stratificazione simbolica: una rima deprimente costruita per assonanza facile, in cui è il suono a guidare il senso, non il contrario. Rodari è l’esempio di come un “grande poeta” può essere costruito a tavolino. Basta un partito e tanta propaganda. Le case editrici di sinistra che oggi sono diventate radical chic, si facciano un esame di coscienza per come hanno ridotto la cultura, un circolo di amici che ora sono anche aggressivi, offensivi e maleducati verso chi osa contrastarne il predominio che ormai è dittatura culturale a tutti gli effetti, una dittatura che ha tradito tutti i valori della sinistra, che si riempie la bocca di inclusione, pari opportunità, cultura per tutti, nel momento stesso in cui applica esigenze settarie e antidemocratiche.

Thinking Man Editore

Destrutturalismo

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