Premi, vanità e imposture

Premi, vanità e imposture

Lamon, Vita segreta di un premio letterario, credit Antiche Curiosità©

Premi, vanità e imposture

Mary Blindflowers©

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«Il genio è un prodotto della società, in un determinato momento storico. Ci sono periodi fecondi e fervidi di personaggi geniali e altri, come purtroppo l’attuale, tendenzialmente ostili all’emergere di un certo tipo di individui. La premiazione, rispetto al potenziale di vita di un capolavoro, ha un valore alquanto effimero e non rapportabile. Le liste dei premiati ai concorsi più noti e longevi riportano per la maggior parte titoli e nomi ridimensionati, obsoleti, dimenticati.»

Queste parole sono estrapolate da Vita segreta di un premio letterario di Michele Lamon. Si tratta di un libro che si impone come atto di verità. Il testo è autoprodotto, dunque libero da mediazioni e opportunismi. Svela con ironia sottile il dietro le quinte di un noto premio letterario italiano, trasformando la cronaca in un lucido racconto di potere, vanità e disillusione in cui talento e genio hanno davvero un ruolo secondario e ininfluente.
Il lettore viene accompagnato lungo le trame sotterranee di un mondo che si presenta come “tempio del merito” ma che spesso è, invece, laboratorio di relazioni, favoritismi e negoziazioni. Il tono resta sempre equilibrato: né pamphlet né denuncia, ma un’analisi narrativa che lascia emergere da sé l’assurdo e la mediocrità di certi meccanismi.
L’autore gioca sul doppio registro del documento e della finzione: i personaggi, scrittori, editor, membri di giuria, organizzatori, accademici del pero e del melo, arrampicatrici sociali disposte a qualsiasi compromesso, sono figure riconoscibili, archetipi di un sistema che tende a ripetersi e non muta mai. Così, Vita segreta di un premio letterario diventa una sorta di roman à clef del mondo letterario contemporaneo, dove la tensione tra autenticità e compromesso si fa motore di un racconto che ben lontano dall’essere noioso, strappa al lettore momenti di vera ilarità, anche se, ovviamente, amara. In sintesi, la situazione dell’editoria è davvero tragica ma sempre meglio ridere che piangere.
Ciò che colpisce maggiormente è la costruzione del punto di vista. Lamon evita il tono moralistico e lascia che siano i gesti minimi, le conversazioni, le attese, le mail assurde, le omissioni, le descrizioni ironiche di ciascun personaggio, a definire l’atmosfera di un’ipocrisia sommessa ma pervasiva, che si risolve in una compravendita continua. Lo stile, diretto, calibrato e curato, restituisce una scrittura “pulita”, segno di consapevolezza che non si improvvisa mai e descrive punto per punto, il meccanismo dei premi, la boria di tanti letterati, l’intreccio tra concorsi e baronato accademico: «Non si diventa presidenti per caso. Ogni esimio cattedratico, barone universitario, frequentatore di salotti e case editrici, fulcro di cariche e incarichi, è uno sgamatissimo veterano di manovre politiche, do-ut-des, sfuriate tattiche, esitazioni controllate, raggiri, pugnalate alle spalle…» (p. 47).
Il capitolo forse più emblematico è Io, Editor (lo stato dell’arte), dove l’autore descrive la figura dell’editor, un burocrate della peggior specie, incapace persino di leggere: «Sono editor in chief da trent’anni. Da oltre dieci anni non leggo più niente. Sapete come faccio? Per valutare se il manoscritto che arriva sulla mia scrivania è roba buona da pubblicare, estraggo una ventina di pagine a caso e le esamino tenendole sul fianco, o anche sottosopra, in modo da indovinare il meno possibile il senso delle parole. Cosa dicono le parole non mi interessa. Ci metto un quarto d’ora per titolo…» (p. 233).
La cosa triste è che è tutto vero. Il libro di Lamon dovrebbe essere letto ad alta voce nelle scuole, per far capire ai giovani come funziona veramente il magico mondo dell’editoria, una fabbrica di illusioni.
Un solo appunto, la copertina è veramente bruttina, per il resto consigliatissimo.

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DESTRUTTURALISMO Punti salienti

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