
Il nulla, elaborazione grafica, Fluò©
Il marketing che inganna
Fluò©
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Oggi ho fatto un piccolo esperimento. Ho commentato un video postato in una pagina che pubblicizzava un film, quello di Milani per la precisione, La vita va così… Eh sì… Il marketing invece va cosà, oplà. Appena commentato, arriva il contraddittorio con argomenti speciosi privi di nesso logico, contraddittorio finto quant’altri mai. La signora che mi ha risposto infatti dice di conoscere tre lingue, francese, inglese e sardo, ma di fatto questa miracolata trina non sa scrivere due parole di italiano in modo corretto e infarcisce tutto lo sconclusionato discorsetto con faccine irritanti. Poi guardo il profilo e ha una foto soltanto: la foto di un cane. Dopo pochissimo, arriva un’altra gentile signora a rispondere al mio commento facendo una domanda inutile e superflua. Mangio la foglia notando che ogni volta che clicco sulla notifica dei commenti, automaticamente si apre il video. Perfino una letterata totalmente ignorante di strategie di marketing capisce che c’è qualcosa che non va. Questo qualcosa si chiama “strategia di engagement”.
Il sistema di promozione fasulla delle pagine Facebook si basa su meccanismi di stimolazione artificiale dell’interazione, detti “engagement bait”, e sull’uso dell’algoritmo che premia i contenuti con più commenti, reazioni e condivisioni. Le pagine con molti follower, spesso acquistati a pacchetti da società poco trasparenti, cercano visibilità gratuita generando discussioni, anche fittizie o provocate, perché ogni risposta spinge l’algoritmo a diffondere ulteriormente il post.
Da qui nasce una rete di tattiche: risposte provocatorie scritte da moderatori o profili falsi, bot che lasciano commenti automatici, persone incaricate di contraddire gli utenti per indurli a replicare e uso di temi polarizzanti (lingua, identità, politica, appartenenza regionale) per stimolare il conflitto. Tutto è orientato verso un unico obiettivo: far sembrare la pagina “viva” e seguita, anche quando le interazioni non sono spontanee.
Queste pratiche sfruttano il fatto che Facebook valuta la “popolarità” di un contenuto sulla base delle reazioni emotive e della frequenza dei commenti. Più un post genera emozione, anche negativa, più viene mostrato. Le pagine lo sanno e alimentano volutamente piccoli scontri verbali: una risposta ironica, una battuta o un’emoji provocatoria bastano a far scattare la reazione dell’utente. In molti casi si usano profili con nomi generici, fotografie di repertorio o persone che commentano in modo caotico ma coerente con la linea della pagina, per simulare una comunità attiva.
Si tratta di una forma di marketing comportamentale: non si paga la pubblicità diretta, ma si manipola il comportamento degli utenti reali per ottenere lo stesso effetto, la crescita organica del post. I risultati sono visibilità, aumento dei follower e percezione di popolarità. Tuttavia, il costo è la qualità del dibattito: le discussioni diventano rumorose, polarizzate e dominate da commenti provocatori. Gli utenti inconsapevoli vengono usati come “motore” per tenere la pagina in alto.
L’effetto psicologico più sfruttato è la rabbia: quando una persona si sente sfidata o fraintesa, reagisce per difendersi, alimentando la conversazione. Anche la dissonanza cognitiva gioca un ruolo: gli utenti vogliono chiarire, correggere, convincere, e così continuano a scrivere. È un ciclo perfetto per l’algoritmo.
I segnali di questi meccanismi si riconoscono facilmente… (Continua su Destrutturalismo n. 11)
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DESTRUTTURALISMO Punti salienti
Libri Mary Blindflowers