
Fluò
Leggendo Poe e Kafka
Leggendo Poe spesso mi viene in mente Kafka. Edgar Allan Poe e Franz Kafka danno entrambi forma narrativa all’angoscia umana e lo fanno attraverso due tecniche differenti. L’individuo è centrale nelle loro opere, protagonista e vittima contemporaneamente, isolato, fragile, schiacciato da forze esterne che è impossibile vincere o combattere perché troppo grandi e potenti.
Ne Il pozzo e il pendolo Poe sceglie consapevolmente un contesto storico riconoscibile, quello dell’Inquisizione spagnola, senza preoccuparsi dell’attendibilità storica delle torture descritte, alcune, infatti, sono davvero fantasiose. L’Inquisizione non è un dato realistico, ma un simbolo del potere assoluto. Le torture, il buio, il silenzio e l’attesa della morte costruiscono un universo soffocante in cui l’angoscia si irradia dal corpo e dai sensi, dalle sofferenze subite in ambiente malsano e claustrofobico con la minaccia di essere affettato vivo da un pendolo. Il protagonista percepisce il mondo attraverso il dolore, la paura e la misurazione ossessiva dello spazio che lo circonda. In questo universo il male ha ancora un volto: gli inquisitori esistono, agiscono, decidono. Sono presenze fisiche dalle toghe nere. Anche quando non sono direttamente visibili, la loro presenza è indirettamente costante e minacciosa.
I romanzi di Kafka sono ancora più spaventosi perché il potere non ha nemmeno un volto, è una struttura impersonale: tribunale, ufficio, leggi incomprensibili. Ne Il processo, ad esempio, Josef K. viene accusato senza che riesca in alcun modo a capire che colpa possa aver commesso, perseguitato da un sistema che sembra funzionare indipendentemente dalla volontà degli uomini che lo compongono e lo alimentano. L’angoscia kafkiana non è tanto fisica quanto mentale ed esistenziale: nasce dall’impossibilità di comprendere il senso delle regole e di difendersi da un’accusa indefinita.
Un’altra differenza fondamentale riguarda lo spazio. In Poe lo spazio è concreto, misurabile, oppressivo ma reale: la cella si restringe, il pendolo scende lentamente, il pozzo si apre sotto i piedi del protagonista. In Kafka, invece, lo spazio è labirintico e astratto: corridoi infiniti, uffici anonimi, luoghi che sembrano non avere una logica né una fine precisa. Questo contribuisce a rendere l’angoscia kafkiana più sottile e persistente, perché non legata a un pericolo immediato ma a una condizione permanente dell’uomo alienato e sfruttato che sente di non avere più senso nel mondo.
Poe e Kafka condividono tuttavia, al di là delle differenze strutturali delle loro opere, una visione profondamente pessimistica del potere.
In entrambi domina la solitudine dell’uomo che non ha reali strumenti di difesa ma se in Poe il male è ancora riconoscibile e individuabile, in Kafka diventa lo stesso sistema del reale, e quindi ancora più inquietante.
Il passaggio dall’alienazione di Poe a quella di Kafka indica che l’orrore ha perso il proprio volto per trasformarsi in qualcosa di più grande, una inesorabile e progressiva burocratizzazione delle strutture del potere che diventano così temibili da non essere più riconoscibili. E come si può combattere un nemico senza volto e senza identità che sta ovunque?
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