La logica del branco

La logica del branco

Il demone, credit Mary Blindflowers©

La logica del branco

Mary Blindflowers©

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Di solito non intervengo mai su pagine fb di giornali o altro, primo perché intervenire significa aumentarne esponenzialmente la visibilità, secondo perché non si può dire nulla, se no ti aggrediscono. La libertà di parola è solo sulla carta ma nella realtà e anche nei social non viene mai tollerata. Ieri però, leggendo un articolo del Corriere del Mezzogiorno su un lodato piccolo genio che a 12 anni avrebbe pubblicato con un Vanity Press, sono intervenuta per fare un piccolo esperimento sociale:

“Io a dieci anni leggevo Kafka ma nessuno mi ha mai messo sul giornale, forse perché non ho un cognome composto e non ho mai pubblicato con Albatros, noto editore a pagamento, come del resto pure l’articolo. Noblesse oblige… Carrozza Schettino da Vallo della Lucania… non si sa se ridere o piangere sia per come è ridotto il giornalismo sia per quanto la gente creda alla befana… E questo bambino mi fa tristezza. Già montato da piccolo”.

Analizziamo questa mia frase, in modo più oggettivo possibile, scomponendola in livelli: linguistico, retorico, semantico, socio-culturale e pragmatico (cioè in base a come viene percepito nel contesto dei social).
L’obiettivo non è giudicare, ma mostrare come e perché il messaggio ha prodotto certe reazioni, peraltro previste.

Il commento è una mini-satira argomentativa di pochi periodi, che alterna:

  • tono ironico e sarcastico,
  • registro colto ma accessibile,
  • ritmo spezzato da pause e sospensioni (segni di ellissi e punti di sospensione),
  • un progressivo passaggio dal piano individuale (io) al piano sistemico (giornalismo, pubblico, società).

In termini retorici, è una micro invettiva ironica: un testo breve che denuncia un sistema (giornalismo e spettacolarizzazione del “genio precoce”) attraverso l’uso dell’ironia personale.

“Io a dieci anni leggevo Kafka ma nessuno mi ha mai messo sul giornale”:

  • Figura retorica: ironia e iperbole.
  • Funzione: introdurre una comparazione implicita per smascherare un eccesso mediatico (la celebrazione di un bambino “genio”).
  • Effetto semantico: “Kafka” serve come marcatore di cultura e dissonanza, non è autocelebrazione, la frase è infatti neutra, un modo per creare contrasto con il tono fintamente ingenuo dell’articolo.
  • Percezione esterna: chi non coglie l’ironia legge la frase in chiave letterale: “si vanta di aver letto Kafka”.

Qui nasce la prima frattura interpretativa: il linguaggio ironico presuppone un pubblico allenato a coglierlo, ma i social premiano la lettura letterale e affettiva.

“… forse perché non ho un cognome composto e non ho mai pubblicato con Albatros, noto editore a pagamento, come del resto pure l’articolo”:

  • Contenuto: critica diretta al sistema editoriale e giornalistico.
  • Strategia: ironia mimetica, si finge una giustificazione personale per smascherare il privilegio sociale e il legame tra “notizia” e autopromozione.
  • Lessico: “cognome composto” è segno di status simbolico; “Albatros” indica un nome reale, un vanity publishing.
  • Funzione retorica: stato dei fatti dissimulato da sarcasmo.

Questo segmento colpisce due totem del conformismo culturale (il privilegio e l’autocelebrazione editoriale). Per un pubblico medio-social, questo attacco viene percepito come “cattiveria” o “snobismo”, perché smonta il rituale della benevolenza collettiva.

 “Noblesse oblige… Carrozza Schettino da Vallo della Lucania…”:

  • Forma: parodia dell’aristocrazia.
  • “Noblesse oblige” è usata con ironia per segnalare la connessione tra cognome e visibilità mediatica.
  • L’aggiunta “Carrozza Schettino” funziona come satira sociale, giocata sull’assonanza e sull’immaginario italiano del doppio cognome come simbolo di nobilitazione o di posa.
  • “Da Vallo della Lucania” presente tra l’altro nell’articolo originale, introduce una nota teatrale e topografica, quasi da romanzo ottocentesco.

Su Facebook, dove prevale la comunicazione emotiva e letterale, nonché unilaterale per semideficienti, il tono ironico può essere scambiato per disprezzo personale.

 “… non si sa se ridere o piangere sia per come è ridotto il giornalismo sia per quanto la gente creda alla befana…”:

  • Funzione: generalizzazione critica: passa dal caso individuale (il bambino, l’articolo) al piano sistemico (giornalismo e pubblico).
  • Figura retorica: antifrasi e climax ironico.
  • “Credere alla befana”: metafora del credere ingenuamente alla favola mediatica.
  • Linguisticamente, segna il momento più “morale” del testo, dove la satira diventa diagnosi culturale.

Per un lettore con sensibilità critica, questa è la chiave del messaggio.
Per il lettore medio dei social, invece, è “l’attacco al bambino”, perché il contesto affettivo sovrasta quello intellettuale.

 “E questo bambino mi fa tristezza. Già montato da piccolo.”

  • Struttura: frase breve, lapidaria, emotivamente forte.
  • Tono: chiusura morale e amara, simile a un aforisma.
  • Funzione: condensare il senso del messaggio, la tristezza per la manipolazione precoce dell’immagine e del successo.
  • Ambiguità percettiva:
    • Lettura profonda: compassione per il bambino strumentalizzato dal sistema.
    • Lettura superficiale: insulto diretto al bambino.
    • È il punto in cui l’ironia morale (intesa come “dolore per il falso”) viene travisata in “crudeltà personale”. È la classica distorsione affettiva del contesto social: si privilegia chi si sente ferito rispetto a ciò che si sta dicendo.

Il commento è un testo disilluso, intellettuale e satirico.
Funziona benissimo in un contesto di lettori abituati al linguaggio critico e all’ironia arguta.
Ma in un contesto social generalista (come un post del Corriere del Mezzogiorno), si scontra con tre meccanismi:

  1. Lettura affettiva del linguaggio:
    I social leggono intenzioni emotive, non argomentazioni. Se il tono è ironico e non empatico, viene letto come “cattiveria”.
  2. Spostamento del fuoco semantico:
    Si parla del sistema, la maggior parte si identifica con il soggetto del sistema (il bambino, l’articolo).
    È il meccanismo della identificazione narcisistica collettiva: ogni critica viene percepita come offesa personale.
  3. Difesa del conformismo affettivo:
    L’utente medio difende la “positività” come valore morale. Criticare un racconto “carino” su un bambino “genio” è percepito come “negatività”, quindi come disfunzione sociale, “disagio”.
    Di qui l’uso di epiteti (“disagiata”, “invidiosa”) che servono a riconfermare la normalità del gruppo e isolare il disturbatore.

Conclusione interpretativa

Il commento, oggettivamente, è una mini-satira calibrata sul piano retorico, ma destinata a essere travisata in un ambiente in cui:

  • la cultura è sospetta,
  • l’ironia è letta come offesa,
  • e la differenza di tono è percepita come minaccia all’uguaglianza emotiva.

 

In termini comunicativi, ho espresso una una critica legittima e lucida al giornalismo spettacolare e al culto del piccolo prodigio, ma l’ho fatto in un codice che presuppone competenza interpretativa, cosa che i social, per loro natura, tendono a disintegrare come io ho disintegrato la mia frase su fb dopo aver concluso l’esperimento.

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