Il libro della giungla?

Il libro della giungla?

Un’edizione contemporanea de Il libro della giungla, credit Antiche Curiosità©

Il libro della giungla?

Mary Blindflowers©

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Il libro della giungla (The Jungle book) di Rudyard Kipling, pubblicato nel 1894, è tradizionalmente considerato un romanzo d’avventura per ragazzi, ma dietro la superficie esotica e favolistica nasconde un complesso intreccio di riferimenti politici, sociali e ideologici legati alla mentalità coloniale vittoriana. L’opera, nella sua apparente coralità di racconti indipendenti, riflette un disegno più ampio: la costruzione simbolica dell’ordine e della gerarchia come valori supremi, e la giustificazione morale del dominio britannico. Fin dall’ambientazione indiana e dalla figura di Mowgli, il bambino cresciuto nella giungla, Kipling mette in scena un universo regolato da “leggi naturali” che riflettono l’ordine gerarchico della società coloniale. Gli animali parlano, ma obbediscono a regole ferree, e l’apprendimento del protagonista coincide con l’accettazione di queste regole, quasi a simboleggiare l’educazione del suddito ai principi della civiltà imposta dall’Impero. Nonostante Mowgli sia scuro di pelle e figlio della giungla, la sua vera crescita avviene solo nel momento in cui interiorizza un codice di disciplina e comando che richiama da vicino quello inglese: l’uomo, nella visione kiplinghiana, è colui che domina la natura attraverso l’ordine.

Anche i racconti apparentemente slegati, come Rikki-Tikki-Tavi o Toomai of the Elephants, ripetono lo stesso schema ideologico. La mangusta che difende la casa dei padroni inglesi diventa simbolo di fedeltà cieca e di obbedienza all’autorità; l’elefante, animale maestoso e sacro per la cultura indiana, viene trasformato in emblema della disciplina e della sottomissione. Nell’ultimo racconto, in particolare, la figura di Petersen Sahib, l’ufficiale britannico che riconosce e premia il piccolo Toomai, rappresenta l’autorità paterna e illuminata del colonizzatore, che guida e legittima il valore del popolo indigeno. La “danza degli elefanti”, evento mitico e segreto della natura, viene così ricondotta a un ordine morale stabilito dall’uomo bianco: anche il mistero del mondo animale si piega al riconoscimento di una legge imposta dall’alto. Il tono solenne e quasi militare con cui Kipling descrive la marcia degli elefanti evoca una parata bellica, una celebrazione della forza e della disciplina collettiva, e si trasforma in un inno alla coesione, alla sottomissione e all’obbedienza, valori centrali nel pensiero imperialista. Kipling, non descrive solo un esercito, ma un intero sistema di valori conservatori.
Il contrasto finale con l’Afghanistan serve a ribadire il messaggio politico: l’Impero porta “ordine” dove regna il caos.

“Now,” said he, “in what manner was this wonderful thing done?”

And the officer answered, “An order was given, and they obeyed.”

“But are the beasts as wise as the men?” said the chief.

“They obey, as the men do. Mule, horse, elephant, or bullock, he obeys his driver, and the driver his sergeant, and the sergeant his lieutenant, and the lieutenant his captain, and the captain his major, and the major his colonel, and the colonel his brigadier commanding three regiments, and the brigadier the general, who obeys the Viceroy, who is the servant of the Empress. Thus it is done.”

“Would it were so in Afghanistan!” said the chief, “for there we obey only our own wills.”

“And for that reason,” said the native officer, twirling his mustache, “your Amir whom you do not obey must come here and take orders from our Viceroy.”

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«Ora,» disse, «in che modo è stata compiuta questa cosa meravigliosa?»

E l’ufficiale rispose: «È stato dato un ordine, e loro hanno obbedito.»

«Ma le bestie sono sagge come gli uomini?» chiese il capo.

«Obbediscono, come fanno gli uomini. Mulo, cavallo, elefante o bue, ognuno obbedisce al suo conducente, il conducente al suo sergente, il sergente al suo tenente, il tenente al suo capitano, il capitano al suo maggiore, il maggiore al suo colonnello, il colonnello al suo brigadiere che comanda tre reggimenti, e il brigadiere al generale, che obbedisce al Viceré, il quale è servitore dell’Imperatrice. Così si fa.»

«Magari fosse così in Afghanistan!» disse il capo, «poiché lì obbediamo solo alla nostra volontà.»

«Ed è per questo,» disse l’ufficiale indigeno, arricciandosi i baffi, «che il vostro Amir, che voi non obbedite, deve venire qui a prendere ordini dal nostro Viceré.»

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La favola della “foca bianca”, apparentemente lontana dalla giungla, riproduce la stessa logica: la purezza del bianco, il viaggio verso una terra incontaminata, il rifiuto dei “popoli non puliti”. Siamo in presenza di un chiaro riflesso dell’ideologia razziale dell’epoca. Ciò che a prima vista appare come un intreccio di fiabe morali diventa, letto in controluce, una narrazione del potere. Se oggi un’opera del genere venisse scritta con lo stesso tono e la stessa prospettiva, verrebbe inevitabilmente accusata di razzismo e di propaganda coloniale.

Un lettore moderno ha anche difficoltà a capire perché mai i racconti dove non c’è Mowgli siano completamente sgranati, indipendenti e autonomi rispetto alla storia principale con la quale l’unica connessione è proprio la  concezione del mondo legata all’eccezionalità di personaggi che riescono a sfidare la sorte per poi sottomettersi volontariamente alle gerarchie imposte dal dominatore.

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DESTRUTTURALISMO Punti salienti

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