
Joseph Conrad, Linea d’ombra, ed. 1934, credit Antiche Curiosità©
Joseph Conrad, Linea d’ombra
Mary Blindflowers©
.
Ho appena finito di leggere The shadow line, pubblicato nel 1917, interpretato dalla critica come racconto di formazione o parabola morale del passaggio all’età matura. Fin dall’incipit il narratore spiega il suo fine, ma bluffa, assumendo un finto tono didascalico:
Only the young have such moments. I don’t mean the very young. No. The very young have, properly speaking, no moments. It is the privilege of early youth to live in advance of its days in all the beautiful continuity of hope which knows no pauses and no introspection. One closes behind one the little gate of mere boyishness—and enters an enchanted garden. Its very shades glow with promise. Every turn of the path has its seduction. And it isn’t because it is an undiscovered country. One knows well enough that all mankind had streamed that way. It is the charm of universal experience from which one expects an uncommon or personal sensation—a bit of one’s own. One goes on recognizing the landmarks of the predecessors, excited, amused, taking the hard luck and the good luck together—the kicks and the half-pence, as the saying is—the picturesque common lot that holds so many possibilities for the deserving or perhaps for the lucky. Yes. One goes on. And the time, too, goes on—till one perceives ahead a shadow-line warning one that the region of early youth, too, must be left behind. This is the period of life in which such moments of which I have spoken are likely to come. What moments? Why, the moments of boredom, of weariness, of dissatisfaction. Rash moments. I mean moments when the still young are inclined to commit rash actions, such as getting married suddenly or else throwing up a job for no reason.
Solo i giovani hanno momenti del genere. Non intendo i giovanissimi. No. I giovanissimi, a dire il vero, non hanno affatto momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni, nella splendida continuità della speranza, che non conosce pause né introspezione. Si chiude alle spalle il piccolo cancello della semplice fanciullezza—e si entra in un giardino incantato. Perfino le sue ombre brillano di promesse. Ogni svolta del sentiero ha la sua seduzione. E non è perché sia una terra sconosciuta. Si sa fin troppo bene che tutta l’umanità è passata di lì. È il fascino dell’esperienza universale, da cui ci si aspetta una sensazione insolita o personale—qualcosa di proprio. Si procede riconoscendo i punti di riferimento lasciati da chi ci ha preceduto, eccitati, divertiti, accettando la cattiva sorte e la buona—i calci e i mezzi penny, come si suol dire—quella sorte comune, pittoresca, che offre tante possibilità a chi le merita, o forse a chi ha fortuna. Sì. Si va avanti. E anche il tempo va avanti—finché non si scorge davanti a sé una linea d’ombra, che avverte che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata indietro. È in questo periodo della vita che tendono a presentarsi i momenti di cui ho parlato. Quali momenti? Ma sì, i momenti di noia, di stanchezza, di insoddisfazione. Momenti avventati. Intendo quei momenti in cui chi è ancora giovane è incline a compiere azioni impulsive, come sposarsi all’improvviso o lasciare un lavoro senza alcuna ragione.
In pratica l’autore ci dice che il romanzo parla di un tema universale, il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, ma mente spudoratamente. L’apparente distacco iniziale serve solo a costruire una cornice filosofica, quasi morale, dietro la quale nascondere un’esperienza personale che nel romanzo esalta in modo narcisistico. Dietro lo stile scorrevole ed accattivante, sotto la facciata dell’avventura marinaresca e dell’iniziazione virile, si cela un meccanismo più sottile e rivelatore: quello della costruzione di un mito personale, in cui Joseph Conrad riscrive un episodio della propria vita in chiave eroica, alterando consapevolmente la realtà per proiettare un’immagine idealizzata del proprio io.
Il romanzo si ispira a un fatto reale, documentato. Nel 1888, Conrad (all’epoca trentunenne), assunse il suo primo comando come capitano della Otago, una nave mercantile britannica ancorata a Bangkok. Durante il viaggio verso Singapore, l’equipaggio fu colpito da un’epidemia di febbre tropicale, e il giovane capitano dovette affrontare un lungo periodo di bonaccia e disorganizzazione a bordo. A differenza di quanto affermato nella narrazione, Conrad, assieme al cuoco di bordo, non furono gli unici a non ammalarsi: contrariamente a quanto lascia intendere nel testo, fu anch’egli indebolito dalla febbre e non mantenne un ruolo lucido e saldo come quello attribuito al protagonista del romanzo in cui Conrad stesso si identifica. La discrepanza tra verità e finzione è evidente e non accidentale: Conrad sceglie di trasformare la memoria in leggenda, la difficoltà in prova superata, la vulnerabilità in eccezionalità decretata da chi comanda, “i grandi” del cui favore si autocompiace in modo estremo:
Captain Ellis looked upon himself as a sort of divine (pagan) emanation, the deputy-Neptune for the circumambient seas. If he did not actually rule the waves, he pretended to rule the fate of the mortals whose lives were cast upon the waters… The favour of the great throws an aureole round the fortunate object of its selection. That excellent man enquired whether he could do anything for me. He had known me only by sight, and he was well aware he would never see me again; I was, in common with the other seamen of the port, merely a subject for official writing, filling up of forms with all the artificial superiority of a man of pen and ink to the men who grapple with realities outside the consecrated walls of official buildings. What ghosts we must have been to him! Mere symbols to juggle with in books and heavy registers, without brains and muscles and perplexities; something hardly useful and decidedly inferior. And he—the office hours being over—wanted to know if he could be of any use to me! I ought—properly speaking—I ought to have been moved to tears. But I did not even think of it. It was merely another miraculous manifestation of that day of miracles. I parted from him as if he were a mere symbol. I floated down the staircase. I floated out of the official and imposing portal. I went on floating along.
Il Capitano Ellis si considerava una sorta di emanazione divina (pagana), il vice-Nettuno per i mari circostanti. Se non governava effettivamente le onde, fingeva di governare il destino dei mortali le cui vite erano gettate sulle acque… Il favore dei grandi getta un’aureola attorno al fortunato oggetto della sua scelta. Quell’eccellente uomo chiese se poteva fare qualcosa per me. Mi conosceva solo di vista, ed era ben consapevole che non mi avrebbe mai più rivisto; io ero, come gli altri marinai del porto, semplicemente un soggetto per la scrittura ufficiale, un riempitivo di moduli, con tutta la superiorità artificiale di un uomo di penna e inchiostro sugli uomini che si confrontano con la realtà al di fuori delle mura consacrate degli edifici ufficiali. Che fantasmi dovevamo essergli! Meri simboli con cui destreggiarsi in libri e registri pesanti, senza cervello, muscoli o complicazioni; qualcosa a malapena utile e decisamente inferiore. E lui—essendo finite le ore d’ufficio—voleva sapere se poteva essermi utile! Avrei dovuto—parlando correttamente— avrei dovuto essere commosso fino alle lacrime. Ma non ci pensai nemmeno. Fu semplicemente un’altra manifestazione miracolosa di quella giornata di miracoli. Mi separai da lui come se fosse un semplice simbolo. Fluttuai giù per la scala. Fluttuai fuori dal portale ufficiale e imponente. Continuai a fluttuare.
Il superiore burocrate è il capitano Ellis, qui descritto come un dispensatore di miracoli, detentore di un’autorità che può concedere grazia, figura chiave del sistema portuale coloniale: un ufficiale britannico, rappresentante dell’autorità imperiale e dell’amministrazione marittima. La sua figura distante dalla realtà e che tratta gli uomini di mare come inferiori, non è messa veramente in discussione, anzi, è trattata con una reverenza ambigua. È l’eco di un sistema gerarchico in cui anche un minimo riconoscimento dall’alto conferisce valore e legittimità all’eroe. La consapevolezza dell’artificialità della burocrazia non porta l’autore a criticarla, bensì a sentirsi fortunato di averne ricevuto attenzione, un miracolato.
Fin dalle prime pagine, il narratore si presenta con un tono di evidente autocompiacimento: lascia un incarico stabile per un impulso quasi eroico, viene scelto al comando di una nave come se fosse un predestinato, l’unico in grado di manovrarla, riceve la stima silenziosa ma eloquente di figure autorevoli come Giles e Ellis. Questo atteggiamento da “uomo scelto” attraversa l’intera narrazione, ma si fa più sottile nella seconda parte, quando il tono diventa più grave e meditativo. Così, beato chi ci crede, mentre l’equipaggio cade malato, mentre la nave è immobilizzata in una bonaccia che sembra metafisica, il protagonista resta inspiegabilmente immune, saldo, pronto a reggere il peso del comando come una figura stoica, quasi sovrumana. Questo dato, che nella finzione appare come simbolo di forza morale, è in realtà una distorsione consapevole e ben orchestrata della realtà storica. Conrad costruisce così un vero e proprio dispositivo narrativo attraverso cui si mitizza. Il protagonista diventa l’uomo che attraversa la “linea d’ombra” della giovinezza per emergere nella maturità, ma lo fa non con esitazione o fallimento, bensì con resistenza e superiorità. Il fatto stesso che il cuoco, figura in fondo marginale, sia l’unico altro sopravvissuto alla febbre, serve a esaltare per contrasto l’unicità del comandante. È il classico meccanismo dell’eroismo in negativo: più tutto intorno crolla, più il centro regge e si fa simbolo. Non siamo dunque di fronte a un semplice racconto di mare, ma a un’autobiografia romanzata e deformata, in cui Conrad plasma la propria identità attraverso il filtro della narrazione. Si tratta di un testo narcisistico e autocelebrativo che coltiva il mito dell’eroe, di un uomo che resiste mentre altri cadono a terra, che assume su di sé il peso del comando nonostante l’inesperienza.
Conrad sembra inoltre condividere l’etica colonialista. Non mancano infatti toni razzisti e dispregiativi rivolti agli asiatici, chiamati yellow coolies, termine altamente offensivo usato dai bianchi per definire i lavoratori portuali asiatici. Conrad non li descrive, li accomuna tutti definendoli gang, trattandoli come forza lavoro anonima e subalterna.
Molti definiscono questo autore un grande e lo consigliano a scuola anche in Italia. Questo accade perché è un dato di fatto e non un’opinione che la scuola formi al mito dell’eroe, della gerarchia e a una certa superiorità morale dell’Occidente. Di base l’istituzione scolastica è incapace di rinnovarsi e di destrutturare se stessa rifiutando una visione critica e non passiva dei classici in cui tutto viene preso, invece, per oro colato e mito intoccabile.
.