Il vessillo della conquista

Il vessillo della conquista

Union Jack.

 

Il vessillo della conquista

Fluò©

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La Union Jack, oggi bandiera nazionale del Regno Unito, viene spesso presentata come simbolo di unità e continuità storica, ma se la si osserva nel suo contesto di nascita e nei suoi usi successivi, appare chiaramente come un emblema di conquista e di sfruttamento.

La sua prima forma risale al 1606, quando Giacomo VI di Scozia, salito anche al trono d’Inghilterra come Giacomo I, impose l’unione grafica della croce di San Giorgio, rossa su fondo bianco, con quella di Sant’Andrea, bianca su fondo blu. Questa fusione non nacque da un processo condiviso tra popoli, ma da un atto politico calato dall’alto, funzionale al rafforzamento del potere monarchico e all’idea di una centralizzazione che mirava a ridurre i conflitti interni. La bandiera era infatti destinata principalmente alle navi, per segnalare la nascita di una nuova potenza marittima.

L’aspetto definitivo della Union Jack si consolidò nel 1801, dopo l’unione con l’Irlanda, con l’aggiunta della croce rossa di San Patrizio. Il Galles, già inglobato da secoli, non fu considerato degno di rappresentazione, rivelando chiaramente una gerarchia interna in cui l’Inghilterra dominava sugli altri regni. La stessa composizione grafica della bandiera, in cui la croce di San Giorgio resta l’elemento più evidente e centrale, testimonia questa asimmetria di potere.

Dal XVIII secolo la Union Jack divenne il vessillo della Royal Navy e quindi dell’espansione coloniale. Non c’era conquista, trattato o annessione che non venisse sancita dall’alzabandiera britannica: dall’India ai Caraibi, dal Canada all’Australia, dall’Africa orientale al Pacifico. In questo senso, la bandiera non era solo un simbolo politico, ma un vero e proprio “marchio imperiale”, al punto che venne incorporata nelle bandiere di molte colonie e dominions. Ancora oggi Australia, Nuova Zelanda e Fiji la conservano in alto a sinistra, segno di una dipendenza mai del tutto risolta.

Curiosamente, il termine “Union Jack” non era inizialmente quello ufficiale. “Jack” indicava infatti la piccola bandiera issata a prua delle navi, e il nome divenne popolare perché l’emblema era onnipresente in mare molto prima che sulla terraferma. Il nome ufficiale rimane “Union Flag”, ma l’uso quotidiano ha consacrato “Union Jack”, quasi a sottolineare la vocazione marittima e coloniale della bandiera.

Questa eredità imperiale trova un riflesso anche nel linguaggio con cui gli inglesi descrivono se stessi e gli altri in relazione alla mobilità. Chi lascia il Regno Unito si definisce expatriate, termine elegante che evoca scelta, libertà e prestigio. Chi arriva invece in Inghilterra da Paesi considerati periferici o “non occidentali” viene etichettato come immigrant o migrant, categorie cariche di sospetto, povertà e subordinazione. Come la bandiera, anche queste parole perpetuano gerarchie implicite tra centro e periferia, superiori e inferiori, attivi e passivi.

Diversi pensatori hanno evidenziato la problematicità di tali simboli e linguaggi. Edward Said ha mostrato come l’Occidente abbia costruito immagini autocelebrative che mascheravano rapporti di sfruttamento, e Walter Benjamin ricordava che “non c’è documento di civiltà che non sia al tempo stesso documento di barbarie”, frase che calza perfettamente con la Union Jack. Ma anche all’interno della cultura britannica vi furono riflessioni critiche: Edmund Burke denunciava gli abusi della Compagnia delle Indie in India, riconoscendo come il dominio britannico producesse corruzione e violenza; John Stuart Mill, pur teorico della libertà, giustificò il colonialismo come missione civilizzatrice, mostrando quanto il pensiero liberale fosse intriso di ambiguità imperiali.

Una curiosità interessante è che… (Continua su Destrutturalismo n. 11).

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